PESTICIDI, ALLARME ISPRA

FacebookLinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailUna nuova ondata di discredito sta abbattendosi sulla cerealicoltura della Pianura Padana e bisogna fare chiarezza. La notizia, diffusa nei giorni scorsi dall’Ispra, secondo cui «cala la vendita di...

studi in risaiaUna nuova ondata di discredito sta abbattendosi sulla cerealicoltura della Pianura Padana e bisogna fare chiarezza. La notizia, diffusa nei giorni scorsi dall’Ispra, secondo cui «cala la vendita di pesticidi ma nelle acque viene rilevato un ‘cocktail’ di 175 sostanze dagli effetti non ancora ben conosciuti» è seria e degna della massima attenzione. Così non sta avvenendo. Replicare con un atteggiamento vittimistico sarebbe non solo colpevole ma anche controproducente, perché alimenterebbe la sensazione di un atteggiamento elusivo e una reazione sociale di disistima e di paura. L’ultimo rapporto nazionale ‘Pesticidi nelle acque’, disponibile sul sito de l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nasce sulla base dei dati forniti da regioni e agenzie regionali con l’obiettivo di individuare eventuali effetti negativi non previsti in fase di autorizzazione delle sostanze e arriva proprio alla vigilia della nuova campagna risicola. Delle 175 sostanze trovate nelle acque superficiali e sotterranee italiane nel 2012 i più numerosi sono gli erbicidi e rispetto al passato è aumentata la presenza di fungicidi e insetticidi. Nel biennio 2011-2012 sono stati esaminati 27.995 campioni per un totale di 1.208.671 misure analitiche. Le concentrazioni misurate sono «spesso basse, ma la diffusione della contaminazione è molto ampia» dicono all’Ispra. Sarebbero stati trovati pesticidi nel 56,9% dei 1.355 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31% dei 2.145 punti di quelle sotterranee in 19 regioni e province autonome. Poiché le regioni meridionali non hanno risposto o non hanno fornito dati omogenei sono soprattutto quelle del nord a denunciare il problema ed infatti l’Istituto sostiene che la presenza di pesticidi è «più diffusa nella pianura padano-veneta», sia per l’intenso uso agricolo e le caratteristiche idrologiche sia perchè le indagini condotte sono più efficaci. Nelle acque superficiali, prosegue l’Ispra, «il 17,2% dei punti di monitoraggio presenta concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali”. Nelle acque sotterranee “il 6,3% dei punti di monitoraggio supera i limiti». Nei campioni sono spesso presenti miscele di sostanze diverse di cui non si conoscono adeguatamente gli effetti. Il rapporto Ispra rileva che nel periodo 2001-2012 c’è stata «una sensibile diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari, passati da 147.771 a 134.242 tonnellate (meno 9,1%), con un calo maggiore (meno 30,2%) dei prodotti più pericolosi (molto tossici e tossici)». Quest’osservazione non allenta la tensione intorno al settore agricolo, anzi insinua il sospetto che sia cresciuta la diffusione di prodotti illegali. L’Ispra riconosce che sta prevalendo da tempo «un più cauto impiego delle sostanze chimiche in agricoltura» mal’accusa al settore primario di inquinare pesantemente l’ambiente e l’acqua resta, implicita, ma resta. Perché ce ne occuppiamo? Perché quest’accusa rischia di dividere: sono già nati anche in area risicola dei comitati che promuovono referendum locali per vietare – partendo dal livello comunale – la chimica in campo. Al di là della dubbia sostenibilità giuridica di queste proposte, rappresentano un segnale inquietante: rompono il “patto” tra campagne e consumatori su cui si è lavorato molto in questi anni (ci ha lavorato soprattutto la Coldiretti) e indebolisce la forza contrattuale del mondo agricolo proprio mentre si dscute la distribuzione delle risorse dello sviluppo rurale. Non deve preoccupare di meno l’effetto che questo rapporto potrebbe avere nell’autorizzazione in deroga di alcuni prodotti vietati ma indispensabili alla risicoltura nazionale. Insomma, è tutt’altro che una delle tante notizie giornalistiche che non ci piacciono. Il suo effetto, poi, potrebbe essere acuito dal rapporto sulle agromafie che sarà pubblicato oggi da Eurispes e Coldiretti. Crediamo insomma che il problema non vada sottovalutato dagli agricoltori e dai loro sindacati ed è per questo che abbiamo sostenuto l’iniziativa dell’Anga di fare luce sul fenomeno del finto riso biologico, auspicando che analoghe iniziative fossero assunta da altri sindacati agricoli. Nei prossimi giorni, Confagricoltura esaminerà al vertice la posizione dei “giovani” che la notizia diffusa dall’Ispra rafforza. (15.01.15)

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Risicoltura
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