LA VITTORIA DELL’EUROPA

Cosa cambia con il recovery fund e perché cambierà anche l'agricoltura europea

«Vive l’Europe!». Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha concluso così, di fronte al Parlamento europeo, la presentazione del “Next Generation Eu”, nuovo nome del Recovery Fund, il piano di rilancio dell’economia comunitaria approvato ieri a Bruxelles. Tra emissioni di titoli e fondi ai governi, Bruxelles mette sul piatto 750 miliardi che andrà appunto a rastrellare sui mercati emettendo bond europei; 500 miliardi saranno assegnati ai governi sotto forma di sussidi a fondo perduto, gli altri 250 saranno prestiti a lunghissima scadenza. L’Italia – con una quota superiore al 20% – sarà il primo beneficiario: ci daranno 172,7 miliardi, 82 di sovvenzioni e 91 di prestiti.  La Commissione europea inviterà il Consiglio europeo e i colegislatori a esaminare rapidamente queste proposte e raggiungere un accordo politico nel Consiglio europeo di luglio. Ma tutti questi soldi cosa cambieranno per i risicoltori?

Una pioggia di denaro

Il nuovo strumento di ripresa sarà integrato nel Quadro finanziario pluriannuale dell’UE,  anch’esso adottato nella sua versione rivista rispetto alla proposta della Commissione del maggio 2018. L’importo complessivo delle risorse mobilitate ammonta a 1.850 miliardi di euro. La prima analisi delle ricadute di questo tsunami di soldi che piombano su tutti e anche sull’agricoltura l’ha fatta l’eurodeputato Paolo De Castro: «Le cifre parlano chiaro: il bilancio agricolo 2021-2027 viene rafforzato di 24 miliardi di euro a prezzi costanti 2018, rispetto alla proposta messa sul tavolo dalla vecchia Commissione Ue, alla quale ci siamo sempre opposti. Dei 24 miliardi, 15 provengono dal cosiddetto Recovery Fund e sono destinati al Fondo europeo agricolo dello sviluppo rurale, per realizzare gli obiettivi ambiziosi posti dalle strategie Farm to Fork e Biodiversità. I 9 miliardi aggiuntivi arrivano invece dalla nuova proposta di Quadro finanziario pluriennale di 2021-2027: 4 miliardi per i pagamenti diretti ai produttori agricoli e 5 miliardi per lo sviluppo rurale». Insomma, la manovra impatta sulla Pac del futuro, innanzi tutto destinando 15 miliardi agli interventi strutturali dello sviluppo rurale; inoltre, se si rilegge la proposta del Quadro finanziario pluriannuale dell’UE (che con questo rafforzamento viene portato per il 2021-2027 a una dotazione di 1.100 miliardi di euro), ci sarà anche un aumento dei fondi per risorse naturali e ambiente rispetto alla proposta di due anni fa. Si tratta di 4 miliardi in più per i pagamenti diretti e 5 per lo sviluppo rurale. Ovviamente siamo ancora allo stadio di proposta, ma non è poca cosa. Anche perchè solo due settimane fa l’Eurogruppo ha deliberato un pacchetto di sostegno di 540 miliardi di euro in prestiti, tra cui il Mes. Inoltre, Bruxelles vorrebbe modificare l’attuale quadro finanziario per rendere disponibili subito più di undici miliardi.

Entusiasmo motivato

Ci pare ben motivato l’entusiasmo di tutti per questa svolta e non è neanche il caso di dire “vedremo”: è una decisione da cui non si torna indietro, se non si vuole veder esplodere l’Europa. Se ne sono resi conto tedeschi e francesi, registi dell’operazione che segna un rilancio politico dell’istituzione comunitaria. In Italia, per contingenze storiche ed per errori politici, saranno la sinistra e il M5S a gestire questo cambiamento di rotta della politica europea, dopo aver gestito l’emergenza Covid 19. Questo dovrebbe preoccupare, e molto, gli agricoltori, i cui interessi non sono né ben conosciuti né tenuti in gran considerazione dal ministro Bellanova, come dimostra la vicenda delle regolarizzazioni. Tuttavia, a prescindere dal giudizio sull’operato del governo Conte, chi vuole un’alternativa dovrebbe ricordare che il governo M5S-Lega è finito per iniziativa di Matteo Salvini e se oggi il Carroccio non è in grado di influenzare il governo e la ricostruzione morale e materiale del Paese dopo il Covid 19 sarà all’insegna dello statalismo e della collettivizzazione delle risorse deve ringraziare solo lui. Oggi inizia una fase di enormi investimenti e saranno gestiti secondo criteri lontani dal mondo agricolo come lo abbiamo inteso finora – dedicato soprattutto alla sicurezza alimentare – e come forse sarebbe sensato intenderlo ancora, dopo la crisi delle commodities che ha accompagnato l’emergenza pandemica. Non mancheranno i soldi, pioveranno anche sulle campagne, ma saranno usati per fare altro, ossia con vincoli ambientali e organizzativi (filiere) sempre più stretti: non è un male in sé che siano imposti dei vincoli, è un male che avvenga senza un’analisi scientifica ed economica, ma sulla base di principi ideologici.

Le ombre e l’impegno

Next Generation Eu promette tra l’altro di rafforzare il Fondo di transizione giusta fino a 40 miliardi di euro, per aiutare gli Stati membri ad accelerare la transizione verso la neutralità climatica del Green deal. Prevede un rafforzamento di 15 miliardi di euro per il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, ma sempre in linea con il Green Deal europeo e con le nuove strategie sulla biodiversità e Farm to Fork. Aiuterà i settori colpiti dal Covid 19 – sperando che individui bene anche quelli agricoli – e si darà un nuovo strumento di investimento strategico integrato (InvestEU) capace di generare investimenti nella transizione verde e digitale e le filiere chiave del valore nel mercato interno (15 miliardi). Una parte dei 94,4 miliardi di euro di Horizon europe potrebbero aiutare anche la ricerca in agricoltura, anche in questo caso però con un occhio solo a clima e sostenibilità. Mugugnare contro questa linea politica, che molti sentono troppo lontana dalle campagne, non serve a nulla. Forse sarebbe il caso di prendere atto del fatto che la risicoltura deve riscoprire in fretta la propria anima sostenibile, non limitarsi a “scriverla” nelle premesse dei progetti che le istituzioni del riso presentano alle Regioni per ottenerne il finanziamento e non confidare soltanto – in questo caso il discorso riguarda il singolo agricoltore – nella capacità del tecnico CAA di agguantare una briciola di finanziamento pubblico, ma effettuare una vera conversione che sappia rendere remunerativa la sostenibilità (ove possibile) anche in assenza di sussidio. E poi, sarebbe veramente il caso di smetterla di insultare il “nemico” sui social e concentrarsi di più nell’istruire una classe politica – oggi ignorante in materia agricola – a rappresentare gli interessi di chi la vota. Per intanto, ringraziamo l’Europa di volersi salvare la pelle, che è meglio per tutti. Anche per gli agricoltori. Autore: Paolo Viana

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Risicoltura
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