LA CIA REPLICA A RISOITALIANO SULLA QUINOA

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Paola Santeramo 001 lightPaola Santeramo, direttore di Cia Milano-Lodi-Monza, (foto piccola) ci scrive per replicare alle critiche che abbiamo rivolto alla Confederazione e alla Fondazione Cariplo in relazione alla scelta di promuovere la coltivazione della quinoa nella pianura intorno a Milano (http://www.risoitaliano.eu/la-quinoa-di-tafazzi/). Il tono della lettera è garbato e la pubblichiamo integralmente, con una risposta al termine. «Gentile Direttore, alimentazione e agricoltura sono parte del mondo, che cambia. Tradizione e innovazione da sempre viaggiano paralleli, migrano e si contaminano, come le persone, e le piante di cui si nutrono o che usano per riscaldarsi, vestirsi, costruire, abbellirsi e plasmare il paesaggio. Il cibo è il primo modo per accogliere le persone, sentirsi a casa, conoscere altre culture. In Lombardia oltre un milione di abitanti su dieci arriva dal resto del mondo, a Milano gli immigrati arrivano da oltre centoquaranta paesi, per non parlare del resto d’Europa. Come è avvenuto negli anni ’50, ’60 e ’70 con chi arrivava dal sud Italia, il primo tentativo di sentirsi a casa è stato attraverso i prodotti della terra.

Grazie alla comunità pugliese, i milanesi hanno ampliato conoscenze e consumi di frutta e verdura, ancora oggi la gran parte degli ortolani all’ingrosso e al dettaglio arrivano da quella regione. Pochi sanno che la rucola, uno dei simboli della cucina milanese dagli anni ’80, è stata portata in città proprio dai pugliesi, e adesso si trova in quasi tutti gli orti, tra i pochi luoghi dove si può sentire parlare in dialetto, oltre che negozi e supermercati. Accanto agli storici commercianti di frutta e verdura ora ci sono i nuovi italiani immigrati dal resto del mondo, che hanno iniziato a inserire nei loro banchi e negozi un’altra moltitudine di prodotti della terra. Come è avvenuto per la rucola quarant’anni, sono iniziate le coltivazioni di alcuni di questi vegetali da parte di agricoltori curiosi e sperimentatori, oppure di migranti che hanno deciso di dare una risposta al proprio bisogno di sapori e identità, per sentirsi più a casa.

Ci stiamo occupando di questo con “Nutrire la Città che Cambia”, perché questo possa avvenire con migliori rese grazie alle conoscenze reciproche, compresa la sicurezza, affinché non ci siano ripercussioni sanitarie, come a volte avviene quando arrivano, insieme alle nuove piante, parassiti senza antagonisti naturali. Che cosa sarebbe l’alimentazione della Lombardia, ma non solo, senza il riso, il mais, il pomodoro e la patata, che non sono originarie di questa terra, bensì dell’Asia il primo, e delle Americhe gli altri?

Negli ultimi decenni l’Italia è diventato il primo produttore al mondo di kiwi, frutto importato dall’Oceania, dagli antipodi della Nuova Zelanda. Un’ottima esperienza imprenditoriale di differenziazione delle coltivazione frutticole, perché non si potrebbe ripeterla, magari con una verdura come il cavolo cinese già tanto diffuso nel consumo anche tra gli italiani?

La produzione di latte di vacca, simbolo dell’agricoltura lombarda e in crisi da tempo, ha trovato una parte di nuovo reddito da una decina d’anni grazie alla locale produzione di mozzarella, tipica del sud Italia, addirittura in microcaseifici a vista nel centro di Milano. Negli stessi locali a volte vi è pure la ristorazione, e i nuovi canali social comunicano l’esperienza dell’artigianalità e della qualità, in un redesign continuo, che vede nuove contaminazioni e innovazioni, come la burrata ripiena del lombardo-piemontese gorgonzola, accanto al crescente commercio di latticini pugliesi, campani, molisani e laziali, per cui gli abitanti della città hanno affinato il palato.

Per la quinoa sappiamo dagli studi dell’Università di Milano che si sono diversi areali che si adattano alla produzione. Oltretutto di questa pianta vi è una domanda superiore rispetto all’offerta, grazie all’uscita dalla povertà in questi anni di milioni di persone nelle Americhe, per cui il prezzo si è così alzato da renderla molto onerosa, soprattutto per i ceti più popolari, come spesso sono gli immigrati dal resto del mondo. Motivo in più per i nostri agricoltori per diversificare l’offerta rispetto a storiche produzioni diventate sfavorevoli sia dal punto di vista agronomico che economico, come sanno anche i risicoltori italiani. Stiamo infatti indagando se sarà possibile produrre a prezzi inferiori, che insieme alla riduzione dei trasporti vista la vicina coltivazione, renderà più sostenibile alimentarsi con questo vegetale. Già ora si cucinano piatti misti riso e quinoa, chissà che non ci troveremo tra qualche anno a degustare nuovi piatti tipici lombardi come è il risotto alla milanese, figlio dell’incontro tra i bovini della pianura lombarda per il midollo e il brodo, con lo zafferano del Medio Oriente e l’asiatico riso. E’ la vita che gira, non possiamo fermarla, possiamo e dobbiamo coglierne le opportunità per ridurne le asperità, con la conoscenza e la curiosità della conoscenza continua, che si affianca a quella già presente in base alle libere scelte delle persone. E’ questa l’idea di “Nutrire la Città che Cambia”. Saluti». 

Risposta:  Gentilissima dottoressa, nell’articolo citato abbiamo segnalato degli studi scientifici che dimostrano l’improponibilità di una coltivazione significativa di quinoa nelle terre del riso ed attendiamo fiduciosi dati circostanziati che li smentiscano. Per sgombrare il terreno da equivoci, confermo la stima che ho per Lei e la Sua organizzazione ed è proprio per questo che mi sorprende vedervi impegnati in una campagna che non ha ricadute positive sul reddito degli agricoltori. Ritengo che inseguire le mode alimentari “esotiche” senza approfondirne la compatibilità agronomica ed economica con la nostra realtà imprenditoriale conduca, nella migliore delle ipotesi, a sperperare denari che potrebbero essere utilizzati per ricerche più serie, e nella peggiore a creare danni epocali. Vuole un esempio? Ricorda gli investimenti dell’Unione europea per far coltivare nelle nostre risaie il Thaibonnet? L’obiettivo era quello di rendere l’Europa autosufficiente nel riso indica, consumato dagli immigrati. Nessuno ha tenuto conto della competitività dell’indica asiatico, esaltata dalla direttiva Eba sui Pma. Il risultato è che chi ha creduto nell’indica è fallito e la superficie investita in quella tipologia è stata ridimensionata. Ora, quello che voglio dire è che avverto una superficialità nel delineare le strategie di sviluppo dell’agricoltura italiana che l’imminente Expo contribuisce – colpevolmente – a diffondere. Le citerò un’ulteriore prova: la fondazione Cariplo ha creato un centro di ricerca e promozione della cultura della patata andina che ho visitato e che funziona benissimo. Ma l’ha fatto sulle Ande. Con immutata stima, Paolo Viana. (19.02.15)

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