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GARRIONE: SUI PMA SERVE PIU’ GRADUALITA’

da | 14 Lug 2015 | NEWS

Cambogia

garrione2Quello che pubblichiamo è il primo di una serie di editoriali che Piero Garrione dedicherà ai temi caldi della risicoltura. Piero Garrione, risicoltore, per molti anni commissario e presidente dell’Ente Nazionale Risi e prima ancora presidente dell’Unione agricoltori di Vercelli e Biella, è uno dei massimi esperti della filiera riso. Ospitiamo le sue riflessioni con grande piacere.

«Il risentimento della risicoltura italiana per la mancata applicazione della clausola di salvaguardia sulle importazioni a dazio zero dalla Cambogia è legittimo ma oltre al risentimento bisogna prendere atto della realtà e trovare una soluzione. Il punto di partenza è prendere atto che la linea della Commissione europea – non concedere la clausola se non in assenza di un crollo stabile delle quotazioni – è suffragata dal regolamento e non è aggirabile. Come sappiamo, vi è stato un crollo dei prezzi del riso indica, seguito tuttavia da una ripresa, e una sostanziale stabilità delle quotazioni di japonica: questo andamento ha disegnato un mercato che non soddisfa certo i produttori ma che non permette neppure di individuare chiaramente una tendenza al ribasso generata dalle importazioni dai Pma.

Queste ultime sono evidentemente in crescita, come ha segnalato in questi mesi l’Ente Risi, e rappresentano il 30% dell’import totale di riso nell’Ue, con un assestamento del flusso dalla Cambogia – altro dato che mette in crisi chi deve chiedere la clausola – e un parallelo incremento da Myanmar. A questi dati, naturalmente, va sovrapposta la notizia di un eventuale contingente tariffario che Bruxelles vorrebbe concedere al Vietnam. Non vi è dubbio sul tasso di crescita delle importazioni a dazio zero dai Pma (+116% a maggio) così come non vi è dubbio che la Comunità ne venga danneggiata, perché si tratta pur sempre di dazi che non vengono versati nelle sue casse.  Un danno, tuttavia, che non  pare sufficiente a mettere in discussione le ragioni che inducono il governo europeo a fare queste concessioni.

Alla base di questa politica, infatti, vi sono ragioni politiche e non immediatamente commerciali, anche se il sospetto che alcuni prodotti agricoli come il riso siano sacrificati per facilitare altri rapporti economici è diffuso e forte. La direttiva Eba, architrave di questa nefasta operazione di abbattimento dei dazi, risponde a un’esigenza di sviluppo, cioè mira a elevare il reddito degli agricoltori dei Pma, che finora producevano il riso in condizioni di estrema povertà. Il primo punto di riflessione, peraltro evidenziato alla Commissione europea anche dal governo italiano, riguarda l’efficacia di questa misura relativamente all’obiettivo che si è data: malgrado le importazioni agevolate, è stato dimostrato, l’incremento di ricavo derivante dalla vendita di riso all’Ue non è finito nelle tasche dei risicoltori cambogiani, se non in minima parte.

Il caso dei Pma ha un precedente istruttivo, che sono i Ptom. Nei decenni scorsi, quando avevamo un’altra Ocm, Bruxelles aveva concesso con analoghi propositi di cooperazione allo sviluppo, delle importanti agevolazioni daziarie al riso proveniente dai Paesi e Territori d’Oltremare, i famosi Ptom. Anche in quel caso le importazioni esplosero e anche in quel caso ne risentimmo in Italia, in termini di reddito degli agricoltori, senza che la vita nei Ptom cambiasse così sensibilmente. Allora, però, la Commissione non rimase sorda alle nostre rimostranze. Perché?

Forse è un po’ semplicistico, ma è anche inevitabile osservare che la differenza tra i Ptom e i Pma consiste nell’esistenza dell’intervento. All’epoca dei Ptom, il mancato collocamento della produzione comunitaria, effetto di una minor competitività del riso europeo che le esenzioni daziarie – allora come oggi – evidenziavano, scaricava i suoi effetti sulle casse di Bruxelles, che era ancora impegnata a ritirare il risone invenduto al prezzo d’intervento. Oggi non è più così, quella rete non esiste più né può essere attivata (se non in casi eccezionali) e quindi gli effetti del divario competitivo si scaricano sul reddito dei produttori, attraverso il ribasso delle varietà Indica.

In sintesi, possiamo dire che, escluso il minor gettito determinato dalle esenzioni ai Pma, un danno che risponde a logiche di politica internazionale, la Commissione europea non subisce alcun riverbero negativo dall’incremento dell’import a dazio zero, diversamente dal caso Ptom. Ovviamente, i risicoltori non possono dire lo stesso… In questo caso Ptom a parti rovesciate, però, vi è un danno, che abbiamo accennato, di cui Bruxelles dovrebbe tenere conto: il fallimento della politica di cooperazione determinato da un errore di calcolo che attiene alla tempistica. Quando  le concessioni ai Paesi in via di sviluppo sono immediate e ingenti, il sistema produttivo locale non ha il tempo di coglierne le opportunità e il vantaggio viene incamerato dagli “anelli” della filiera che sono più prossimi ai mercati e che controllano i flussi commerciali. Se si vuole costruire una globalizzazione dei popoli e non della finanza è indispensabile che tali concessioni – che non possono essere negate a priori – siano più graduali e coordinate con le ricadute sociali che promettono di avere. L’alternativa è sparare fuori bersaglio, arricchire pochi e perderci tutti. A partire dall’Europa, che con simili svarioni perde la sua credibilità, come vediamo drammaticamente in questi mesi». Autore: Piero Garrione. (12.07.2015)

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