COME FANNO I TEST SULL’ACQUA?

Brusnengo nuovo caso glifosato. E l'Europa decide di non decidere

glifosatoLa notizia data venerdì dalla Stampa e che riproduciamo si inserisce nella storia infinita del glifosato e pone un problema: come si fanno i controlli sull’acqua che beviamo? Secondo quelli della rivista Il Test – Salvagente pessimi: la rivista dedicata ai consumatori il 22 aprile ha sostenuto di aver «analizzato 26 campioni provenienti da diverse città italiane e in due casi, nel comune di Brusnengo (Biella) e di Campogalliano (Modena), l’Ampa, un derivato del glifosato che con l’erbicida condivide la tossicità e gli effetti a lungo termine sulla salute umana, è risultato superiore ai limiti di legge. La cosa grave è che nessuna Regione italiana – quel che ci risulta – analizza la presenza di glifosato e del suo metabolita Ampa nelle acque potabili, nonostante le raccomandazioni comunitarie».

Glyphosate a Brusnengo001Poche righe al fulmicotone, diffuse nel periodo caldo della campagna Stop Glifosato che vuole convincere la Commissione europea a vietare questa sostanza usata in agricoltura. Prontamente, il Comune biellese di Brusnengo ha commissionato le controanalisi alla SII, che gestisce i servizi dell’acquedotto, la quale ha smentito l’esistenza del problema. Tutti tranquilli? Mica tanto, perché se da un lato la diffusione di notizie allarmistiche rappresenta un danno per lo stesso consumatore, non è sufficiente una smentita generica per chiudere il caso Brusnengo né quello del glifosato. Sulla cui vicenda siamo stati chiari, pubblicando l’articolo di Giuseppe Sarasso (Il pericolo e la ragione), e ora vogliamo esserlo ancor di più: i test utilizzati dalle pubbliche amministrazioni per determinare l’inquinamento delle acque sono fallaci o appaiono tali e ciò comporta sfiducia nel cittadino, che viene bombardato da messaggi “allarmistici” non solo dalle associazioni dei consumatori (comunque dei privati che su queste campagne ci campano) ma anche dalle istituzioni che il cittadino paga per essere tutelato. Prova ne sia che, in passato, i residui degli erbicidi registrati per la risicoltura che hanno portato il Piemonte a limitare l’uso quest’anno sono stati reperiti in località di montagna che non ospitano alcuna risaia. Come sapete, questo giornale online sostiene il piano di mitigazione dell’inquinamento promosso dalla Regione Piemonte, ma collaborare all’obiettivo comune non significa tacere sulle carenze che pur ci sono. I tecnici ci spiegano, ad esempio, che per determinare concentrazioni estremamente basse di sostanze presenti nelle acque bisogna essere estremamente precisi nelle operazioni di prelievo (ad evitare inquinamenti), nella pulizia e taratura degli strumenti e nell’interpretazione dei dati. Come è stato fatto tutto questo a Brusnengo? E come viene fatto dall’Arpa in Piemonte? Richiamiamo i nostri rappresentanti nelle istituzioni ad essere “pignoli” quanto serve su un argomento così importante e a spiegare bene a tutti come si stia lavorando su un fronte così caldo, se cioè i testi sono condotti secondo tutti i crismi: più trasparenza su questo piano – ad esempio pubblicando i test e le procedure utilizzate – aiuterebbe molto. Quanto al glifosato, non abbiamo più scritto nulla perché la situazione è bloccata: secondo il Joint Meeting on Pesticides Residues (JMPR) – un panel di esperti interni all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e alla Fao – “è improbabile che l’esposizione al glifosato tramite la dieta ponga un rischio cancerogeno per l’uomo”. Secondo l’Oms la valutazione sull’erbicida più usato nel mondo non contraddice quella dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che fa parte della stessa Oms e ha classificato il glifosato come “probabilmente cancerogeno”. I risvolti di questa contrapposizione tra enti scientifici è approfondita da Il Fatto Alimentare. Sul piano istituzionale, invece, ancora un rinvio: nessuna decisione è stata infatti presa il 19 maggio in sede europea riguardo il rinnovo dell’autorizzazione che scade il 30 giugno. Il segretario generale di Copa-Cogeca, Pekka Pesonen, ha dichiarato  a questo proposito: «Ci aspettavamo un voto positivo, mentre l’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha confermato che è sicuro. Pertanto ci auguriamo che l’UE lo approvi il prima possibile. Il glifosato è l’erbicida più usato in Europa, ed è disponibile in tutti gli Stati membri, di solito ad un prezzo competitivo. È utilizzato per aiutare a combattere le erbacce. Senza la sua autorizzazione, il settore agricolo europeo sarebbe in condizioni di svantaggio competitivo nei confronti dei paesi extraeuropei che lo utilizzano ampiamente, compromettendo la lotta contro la fame e la malnutrizione. Il controllo chimico è essenziale anche per alcune pratiche agricole, come la semina su sodo e la minima lavorazione del terreno, contribuendo a garantire meno emissioni di gas a effetto serra e l’erosione del suolo». Lo stallo è stato provocato anche dall’opposizione dell’Italia, che insieme ad altri Paesi ha ritenuto non soddisfacente la nuova proposta della Commissione europea che portava una riduzione del tempo di autorizzazione: 9 anni di uso invece dei 15 della proposta iniziale. L’Europarlamento ha chiesto che ci soffermi a 7 anni, ma alcuni Paesi sono per una linea ancor più dura. La Francia vorrebbe vietare la sostanza a prescindere dalla decisione comunitaria.

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