VITA DA CAMPARO

Trentadue anni sui canali della Lomellina

L’orto curatissimo, con tutte le verdure che farebbero felici cuochi professionisti, le arnie perfettamente allineate nel prato recintato, un piccolo pollaio famigliare e una officina dove il fai da te può dare libero sfogo ad ogni passione. E’ il piccolo regno di Franco Rattazzi, la sua “tana” ordinatissima alle spalle di una bella casa e di una tavernetta dove ricevere gli amici, ad Albonese, un paese di poco più di 500 abitanti al confine Lombardia e Piemonte, in provincia di Pavia. Un senso di cura dei particolari che lo ha seguito nell’impegno di una vita nel “curare” il vero patrimonio inestimabile della Lomellina, l’acqua. Fino al 2018 e per 32 anni Franco Rattazzi è stato, infatti, uno dei “manovratori” del complesso sistema idrico che viene gestito dall’Associazione Irrigazione Est Sesia, quel sistema che permette ogni anno di rinnovare lo spettacolo delle camere fitte di spighe dorate, alla fine dell’estate.

Gli esordi nel Novarese

«Ho cominciato nel 1985 a Casalino – Ricorda Franco Rattazzi – allora il bando di concorso imponeva di avere come abitazione il casello di custodia sulla Roggia Busca. Sorvegliavo, tra l’altro, il Cavo Busca, il Cavo Decarlis e lo Scaricatore Galletto. Dopo 8 anni a Casalino per un anno mi sono occupato di seguire una parte del Canale Cavour, del Canale Regina Elena e del Diramatore Quintino Sella e poi per 11 anni solo il Diramatore  Quintino Sella, tra Novara e Cilavegna. Dal 2007 ho seguito il subdiramatore Pavia nel tratto dalla frazione Garbana di Gambolò fino al terminale del subdiramatore stesso con le bocche San Damiano a destra e il distretto Villanova-Carbonara a sinistra, nei pressi di Zinasco. Gli strumenti di lavoro sono stati un paio di stivali di gomma e il motorino, poi trasformato in un’auto di servizio». 

Il segreto del mestiere

Ma il vero segreto del lavoro del “camparo” resta l’esperienza. Affiancata dalla dedizione. «Alla mattina la sveglia è sempre stata alle 5 – continua Rattazzi – e in 32 anni di servizio non ricordo sia mai capitato di dire “basta interrompo il lavoro e vado a casa”, perché solo quando si era portato a termine il programma della giornate si poteva staccare. Tante volte mi è capitato di non finire fino alle 9 di sera, oppure di essere chiamato da un agricoltore che segnalava una rottura in una riva e di dover restare fino a tarda notte a garantire un servizio fondamentale per ogni azienda risicola. E non solo risicola». Il periodo di maggiore impegno è tra marzo e fine agosto. Ma anche nei mesi autunnali e invernali non si sta certo con le mani in mano. Non solo per la necessità di sorvegliare costantemente una rete irrigua estremamente complessa, come quella lombardo – piemontese, ma anche per fare una manutenzione costante delle moltissime infrastrutture che ne fanno parte, decine e decine di chiuse che permettono di compiere quello straordinario miracolo che consente di trasformare le acque di uscita delle camere delle risaie in materia prima per alimentare altre camere di risaia e altre ancora, in un riutilizzo geniale della risorsa vitale di ogni forma di coltivazione. Ma non solo, perché proprio il sistema irriguo diventa una efficace valvola di sfogo delle esondazioni, insieme proprio alle risaie che volgono il prezioso compito di cassa di espansione delle ondate di piena dei fiumi, per trattenere acque che sarebbero destinate ad ingrossare grandi fiumi già in sofferenza per piogge troppo abbondanti. «Il mio lavoro – aggiunge l’ex operatore dell’Est Sesia – era in estrema sintesi quello di utilizzare al meglio la disponibilità di acqua di irrigazione. Di bilanciare le chiuse in modo da garantire a tutti gli utenti la giusta quantità di acqua in rapporto alla disponibilità. Un lavoro di programmazione e di collaborazione con le aziende agricole. Oltre che di sorveglianza nel tratto di mia competenza. Solitamente con due “giri” al giorno della rete dei canali, per individuare immediatamente eventuali problemi». Un sistema complesso dove si deve usare il bilancino per rispettare i diritti di ognuno in base alla oggettiva situazione idraulica del comprensorio di competenza. Il che si traduce in giri di vite delle chiuse che misurano il deflusso in ogni corso d’acqua. Sempre che l’acqua sia disponibile a sufficienza in rapporto all’annata, alle piogge, alle temperature che sempre variano. Soprattutto nell’ultimo periodo. 

Anni di cambiamento

«Rispetto all’inizio i cambiamenti sono stati parecchi – aggiunge Franco Rattazzi – in primo luogo oggi si è generalizzata la semina all’asciutto, a file interrate. Il che ha fatto slittare in avanti la richiesta maggiore da parte delle aziende agricole. Se prima c’era chi già allagava a metà marzo, oggi ci sono aziende che non immettono acqua in risaia fino a metà giugno. E magari capita che questa richiesta di massimo utilizzo coincida con le irrigazioni di soccorso nel mais. Il che manda in crisi un utilizzo programmato. E poi oggi è cambiato il tessuto produttivo. Oggi ci sono quasi esclusivamente aziende enormi che hanno un rapporto ben diverso con quello che in passato c’era tra azienda agricola di dimensioni medio – piccole e territorio, cioè quello di essere custodi del territorio».vInutile dire che gli episodi curiosi in tanti anni di servizio non sono mancati. Come il ritrovamento di un corpo, perché l’acqua è fonte di vita ma anche strumento per rinunciarvi. Oppure il ritrovamento di un grosso serpente di colore giallo, probabilmente un pitone reale, arrivato da chissà dove. A rafforzare quel ruolo di acqua come fonte di biodiversità, che viene sempre salvaguardato, ogni anno si compie cattura dei pesci da salvare prima delle inevitabili asciutte invernali, organizzata dall’associazione dei pescatori dilettanti. Mentre è capitato anche il tentativo di aumentare la quota di disponibilità idrica da parte di qualche azienda con l’uso di turbine che attingono in cavi destinati a dissetare anche altre campagne. Episodi comunque sporadici e per nulla frequenti. «Di certo oggi il patrimonio ittico dei nostri cavi è molto diminuito – conclude Rattazzi – ed è piuttosto raro vedere tanti pesci nel cavi». Intanto il Rattazzi ci mostra delle curiose “sculture” che lo scorrere dell’acqua ha fatto su ceppi di legno immersi nei cavi. E che Franco conserva nella sua “tana” ad Albonese, in ricordo di 32 anni passati a governare il patrimonio della Lomellina. Autore: Giovanni Rossi

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