RISCOPRIRE LE MARCITE

Abbiamo seguito il webinar

Luci ed ombre delle marcite: questo il tema del webinar “CLOVER – Le marcite tra passato e futuro, aspetti ambientali e produttivi”, tenutosi lo scorso 11 febbraio 2021, nel contesto del progetto “CLOVER”, che si pone l’obiettivo di far conoscere e valorizzare la gestione sostenibile di aree agricole di particolare rilevanza ambientale, in collaborazione con l’Università di Pavia.

Michele Bove del parco Lombardo della Valle del Ticino, Settore Agricoltura, ha rilevato il raggiungimento di una condivisione proficua d’intenti tra il Parco del Ticino e il Parco Agricolo Sud di Milano nella direzione della tutela delle marcite, patrimonio storico e tecnico: «La marcita, al contrario di quello che suggerisce il nome, è qualcosa che vive: è un prato da cui in estate si ottiene fieno per l’alimentazione del bestiame e in inverno riceve dell’acqua continuamente sul terreno, non stagnante ma a scorrimento. Ecco che la marcita, al contrario di tutti gli altri prati, vive proprio perché l’erba continua a crescere mentre i prati vanno in riposo vegetativo. Questa coltura racchiude diversi significati, è leggibile in una prospettiva multidisciplinare. Prima di tutto è un emblema dell’agricoltura della Pianura Padana e fiore all’occhiello di un sistema operativo che resiste e sopravvive. Siamo vicini alla candidatura al Registro Nazionale dei paesaggi rurali storici, ma quello delle marcite è un sistema a rischio perché particolare e ormai abbastanza raro. La sua sopravvivenza, dipende dall’acqua irrigua e dalla zootecnia bovina». 

Piercarlo Marletta, del Parco Agricolo Sud Milano: «Il Parco Agricolo Sud di Milano è una grande cintura o mezzaluna che circonda la città di Milano sui tre lati e in parte la compenetra: l’ultimo censimento delle marcite è stato eseguito dal Parco nell’anno 2000 e ha rilevato circa 220 ettari ancora a marcita. Una parte purtroppo non piccola di queste marcite è tuttavia in stato di semiabbandono. Le aziende che conducono ancora terreni a marcita e che hanno richiesto un contributo, al 2020, erano 18 e conducevano circa 160 ettari di marcita ma molte non avevano la possibilità di effettuare l’irrigazione invernale, quindi si trattava in realtà di una conduzione di tipo a prati stabili. Le aziende che effettuano ancora l’irrigazione invernale in totale conducono circa 70 ha. Molto spesso gli agricoltori vedono la marcita come un vincolo, non sufficientemente ripagato dal contributo che il Parco eroga; inoltre alcuni obiettano che l’alimento derivato dalle marcite non è adeguato alle vacche moderne, oppure che risulta impossibile lavorare le marcite con le macchine in uso alle aziende, per cui ci sarebbe la necessità di ali significativamente più larghe. Concludo con una nota: mentre stiamo a discutere delle marcite, dai dati dei censimenti risulta evidente che ci sono scomparsi sotto gli occhi i prati stabili, dei quali la marcita è un sottoinsieme».

Paola Nella Branduini del Politecnico di Milano, ha poi illustrato il paesaggio della marcita inserendolo in un contesto europeo: «La più antica testimonianza sulle marcite è conservata all’archivio di Stato di Milano ed è la pergamena dell’Abbazia di Morimondo con cui per la prima volta nel 1188 si parla di un appezzamento di terra nella località detta Alle marcite. Si tratta di una pratica nata proprio dalle condizioni naturali e dall’abbondanza di acqua: in un disegno conservato all’archivio dell’Ospedale Maggiore si riconosce una vera e propria mappa delle acque. Altre pubblicazioni raccontano di quanto il sistema delle marcite fosse apprezzato da agronomi inglesi, a riprova di un valore e di una stima enorme in tutta Europa. In Europa le marcite vengono chiamate water meadows, e ci sono esempi anche in Slovacchia e in Belgio. In alcuni di questi casi viene coinvolta la cittadinanza nella gestione e nella cura delle marcite, attraverso eventi partecipati di apertura delle chiuse. In  Provenza il foraggio di marcita è considerato particolarmente pregiato ed è stato riconosciuto da un marchio. Dalla fine degli anni sessanta e Settanta si sono affermate nuove esigenze di salubrità dei prodotti e alcune istanze forti a cui la marcita può rispondere: fare rete in Italia e in Europa consente di mantenere alta l’attenzione su questi temi».

Milo Manica, del Parco Lombardo della Valle del Ticino, ha raccontato le marcite con gli occhi del naturalista: «Gli ambienti di marcita piacciono alla comunità animale: innanzitutto si tratta di colture stabili e durature, quindi facilmente riconoscibili da parte delle specie animali; In secondo luogo, la comunità floristica presente in una marcita è diversificata in quanto non si tratta di una monocoltura e questo consente ad animali con esigenze ecologiche e trofiche differenti di avere la possibilità di svolgere le proprie funzioni vitali; inoltre la presenza dell’acqua in inverno è fondamentale, soprattutto negli inverni più rigidi, quando l’acqua che scorre garantisce temperature un po’ più elevate. Un altro aspetto fondamentale è l’assenza di utilizzo di prodotti chimici nella marcita e prioritario è anche il contesto in cui vengono a trovarsi le marcite, costituito da un mosaico di ambienti che consentono ad animali con necessità ecologiche differenti di trovare ristoro». 

Gianni Bianchi, dell’Associazione Amici della Cascina Linterno, ha messo in luce la divergenza tra le metodiche di gestione delle acque invernali da parte del Comune di Milano e del Parco del Ticino: «Le marcite costituiscono un’opera di intelligenza applicata, una tecnica complessa, razionale e scientifica, affinata nel corso dei secoli e portata a livelli di eccellenza. Da troppi anni, invece, il Comune di Milano, nel tentativo di contenere il processo di risalita della falda acquifera, non effettua più l’acquisto di acqua invernale dal Canale Villoresi per l’alimentazione dei laghetti del Parco delle Cave. Le conseguenze ambientali sono sotto gli occhi di tutti: le sorgenti dei fontanili si impoveriscono ed è impossibile, nella pratica, sommergere le marcite superstiti. Situazione diametralmente opposta a quella del Parco del Ticino, dove viene incentivata la ripresa della sommersione invernale per restaurare il paesaggio, garantire un elevato livello di biodiversità e rimpinguare la falda acquifera per poter maggiormente disporre d’acqua nel periodo estivo. Vedere le marcite del tutto asciutte o in un avvilente stato di abbandono rappresenta non solo un danno ambientale, ma anche una mancanza di rispetto del deposito di fatiche che le marcite rappresentano. Le premesse per la ripresa delle marcite milanesi ci sono tutte ma manca la consapevolezza dei grandi benefici economici ambientali, culturali e politici che una loro corretta gestione potrebbe invece garantire».

Thomas Giglio, di Cascina Biblioteca, con la Coop. Solidarietà Sociale onlus di Milano cercherà di recuperare far rivivere una marcita: «Siamo una cooperativa sociale che fa inserimento lavorativo di persone svantaggiate e con disabilità intellettiva. Sostanzialmente ci trovavamo chiusi tra la tangenziale est, l’Ospedale San Raffaele e il cimitero di Lambrate, quindi la manutenzione del verde ci è parsa l’attività più vicina all’agricoltura ma che permetteva di fare inserimento lavorativo. Davamo in gestione i pochi campi di pertinenza della Cooperativa al contadino della Cascina San Gregorio, poi, quando lui è andato in pensione, abbiamo deciso di provare a gestire noi la cascina e siamo diventati i gestori di questo fondo che corre tra la tangenziale est nel contesto del Parco Lambro, a Milano: abbiamo scoperto che era una grangia medievale con alcune marcite usate come prato stabile dalla famiglia Bossi. Dei 38 ettari totali, 7 ettari avevano ancora la struttura della marcita. Il senso di questo progetto è quello di riuscire a fare dei percorsi di inserimento lavorativo, quindi dimostrare che la marcita può avere un valore non solo museale, ma anche economico: puntiamo molto sul valore in termini di servizi ecosistemici, per realizzare un museo a cielo aperto della storia del paesaggio e dell’economia Milanese». (Nel prossimo articolo, l’opinione degli agricoltori) Autore: Milena Zarbà

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