MA E' SOLO QUESTIONE DI ETICHETTA?

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Per gli uni aiuta il consumatore. Per gli altri danneggia le varietà storiche. Per gli uni è il futuro del mercato di massa. Per altri la morte del riso italiano. Sicuramente, la circolare dell’Ente Nazionale Risi sulle denominazioni di vendita nell’etichettatura del riso, datata 8 aprile, interviene per normare un uso ormai diffuso, quello di chi inscatola il riso lavorato di chiamarlo “riso per risotti” o “riso per insalate” rinviando a una dicitura meno visibile l’indicazione della varietà contenuta effettivamente in quella scatola che il consumatore sta acquistando.

Secondo molti risicoltori e soprattutto secondo i sementieri che detengono i brevetti delle singole varietà, in questo modo però si spezza il rapporto tra il consumatore e il riso italiano, un rapporto fondato soprattutto sull’abitudine di consumare una data varietà di riso e di riconoscerla facilmente al momento della spesa, che, come si sa, il moderno marketing cerca di rendere sempre più rapido e sganciato dalla riflessione. “Mi sorprende leggere un documento ufficiale – dichiara infatti il direttore generale di Sapise, Massimo Biloni – che ratifica una procedura aberrante, quella per cui si potrà mettere il nome della varietà sulle confezioni di riso, obbligatoria in base alla L.325 del ’58 tramite una lettera codificata, rendendo il nome dei nostri risi storici praticamente invisibile”. Il caso, si badi bene, non è scolastico: uno dei brand più importanti del riso italiano lo fa da tempo – per una precisa strategia di marketing che probabilmente ha un solido fondamento economico – ed è stato sanzionato per questa pratica, ma non perché “illegale”, semplicemente perché il “codice” identificativo della varietà era stampigliato nel posto sbagliato.

Per essere più chiari, in base a questa soluzione di packaging, il consumatore invece di leggere che nella scatola c’è riso della varietà Augusto, trova sul frontespizio solo il marchio industriale e l’utilizzo consigliato per la varietà di riso che sta comprando, mentre il nome della medesima deve cercarlo sopra o sotto la scatola, dov’è riportata in piccolo una legenda con diversi nomi di varietà associati ad altrettante lettere dell’alfabeto e dove viene stampigliata una lettera identificativa della varietà effettivamente presente nella scatola (nella fotografia si distingue la G che rinvia alla varietà Augusto). In tutto questo cosa c’entra l’Ente Risi? C’entra solo perché, in virtù dei suoi compiti di organismo tecnico di tutela e valorizzazione del riso italiano, gli è stato richiesto – dall’industria, pare ovvio – di disciplinare questa pratica e la richiesta è giunta agli uffici di Milano perché l’Ispettorato per la repressione frodi ha comminato in passato delle sanzioni a chi inscatolava il riso in questo modo.

A confermarlo è una circolare dell’Associazione delle industrie risiere italiane, la quale, illustrando il provvedimento dell’Ente Risi spiega che “l’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e Repressione Frodi di Torino ha recentemente verbalizzato la violazione dell’art. 14 del DLgs 27 gennaio 1992, n.109, in materia di etichettatura, rispetto a confezioni di riso che riportano nell’unico campo visivo più di una denominazione varietale prevista dalla Legge 18 marzo 58, n 325, sul commercio del riso, non riconducibili allo stesso sottogruppo, con un rinvio alla lettera stampata di lato al termine minimo di conservazione, in un campo visivo diverso”. Secondo l’industria, la pratica nasce da una questione di costi, nel senso che permette di stampare le stesse scatole per riempirle poi con varietà diverse e procedere alla stampigliatura della varietà corrispondente nell’area già utilizzata per indicare la data di scadenza (nel riso, in verità, è indicato il termine entro cui è “preferibile” il consumo), pertanto con un unico passaggio di stampa. In realtà, quest’economia è sensibile solo per operatori che commercializzano grandi volumi di riso ed infatti pare che alcune riserie non siano affatto contente del via libera dell’Ente Risi.

Il punto di rottura è rappresentato dal fattore di fidelizzazione del consumatore. Secondo i grandi industriali è dato dal brand. Secondo i piccoli, ed ovviamente secondo il mondo agricolo, alla varietà. Secondo l’Airi “le aziende scelgono questa soluzione per utilizzare la stessa confezione riservandosi di decidere la varietà da porre in commercio” e, per questo, scrivono i funzionari dell’associazione risiera, “al fine di evitare di dover stampare diverse confezioni a seconda della varietà posta in commercio e far salvo il combinato disposto del DLgs 109 (unico campo visivo di denominazione di vendita, quantità e termine minimo di conservazione) e della L 325 (obbligo di indicare la varietà nella denominazione di vendita), abbiamo incontrato alcune volte i responsabili dell’ICQ di Roma, unitamente a quelli del Ministero Sviluppo Economico e dell’Ente Nazionale Risi, per individuare una soluzione percorribile”.

La soluzione è quella indicata dall’Ente Risi: “nel medesimo campo visivo della confezione” devono apparire i seguenti elementi: denominazione di vendita, codice identificativo della varietà, legenda che lo spiega e data di scadenza del prodotto. In pratica, l’industria può continuare a scrivere la varietà in piccolo o piccolissimo nella legenda, associandola obbligatoriamente alla parola “riso”, e identificarla con una lettera, purché tutto questo sia inserito “nel medesimo campo visivo” della data di scadenza, circostanza che prima d’ora non era stata sempre rispettata, facendo scattare le sanzioni. L’Airi parla di ”tre diciture obbligatorie nell’unico campo visivo, rappresentato dal lembo superiore (nulla vieta che sia un altro se la macchina che stampa la data lo consente)” e ricorda che “la denominazione di vendita deve essere costituita dalla parola “riso”, seguita dal nome varietale e, eventualmente, dal diverso processo di lavorazione (integrale o parboiled o ..). L’intera denominazione di vendita deve essere riportata con caratteri uniformi e le diciture devono evitare immagini o altre indicazioni che possano rendere più difficile l’individuazione delle indicazioni legali da parte del consumatore”.

Una mera questione di etichetta? Mica tanto, se si considera che è proprio sulla difesa delle denominazioni storiche del riso italiano che si è impantanato il negoziato tra industriali e risicoltori sulla legge per il mercato interno, citata anche in questo caso. E’ evidente che, in assenza di un accordo, ciascuno procederà per conto suo, premendo sulle istituzioni per ottenere le condizioni più favorevoli. Pressioni legittime, in un contesto di libero mercato, alle quali le istituzioni devono offrire delle risposte tecniche, come è avvenuto in questo caso, provocando inevitabilmente il risentimento di chi, a torto o a ragione, si vede danneggiato. No, non è solo una questione di etichetta… (Per scaricare la circolare dell’Ente Risi clicca QUI) (05.04.14)

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