LE STAGIONI DEL CONTADINO

Le memorie lomelline raccontate da Giovanni Rossi: iniziamo con la storia di Carlo Arrigone

In Lomellina viene unanimemente considerato come il depositario delle tradizioni contadine, per l’attenzione con cui ha ricordato, raccolto e tramandato la vita dei campi, in ogni sua sfaccettatura. Carlo Arrigone, classe 1935, un fisico importante e una mente sempre attivissima, dalla sua Olevano, da quasi mezzo secolo, ha tradotto nei fatti la sua volontà di far sopravvivere il suggestivo mondo dei campi. Poca nostalgia e tanto spirito di osservazione, perché non ci si scordi. E come voleva l’agricoltura di allora, lui a 13 anni si era affiancato al padre Pietro, che viveva a Castello d’Agogna prima e a Ceretto poi, due minuscoli paesi a una biciclettata da Olevano Lomellina. Circa 500 – 700 anime ognuno. Pochi anni di scuola e poi al mulino, a lavorare accanto al padre, tra Castello e Zeme. «La svolta – racconta Carlo Arrigone – arrivò quando il mugnaio Pozzoli di Olevano, aveva annunciato di volersi mettere in pensione. Era un’occasione da non perdere:  in quegli anni un mulino era davvero una passaggio cruciale nella vita della comunità. Per un… sacco di motivi!».

Il mulino

Il mulino nei piccoli centri era una struttura strategica, per tutti. Perché quasi mai la paga era solo denaro. Sì perché ai salariati solo una parte della retribuzione veniva data in soldi, per il resto c’era la cosiddetta “Dieta”: a Olevano consisteva in 420 chili di grano, 700 di mais e 140 di riso l’anno, distribuiti in quote settimanali. Tutta roba da portare al mulino per trasformarla in materia prima per la tavola, che in  alimento per qual piccolo zoo che era la ricchezza di casa, polli, galline, oche, e per i più abbienti il maiale. Quello «che doveva sopravvivere due agosti», come ricorda Arrigone, cioè doveva essere grasso e ben formato. Perché il maiale magro era la disgrazia più grave che poteva capitare in famiglia. «E poi c’era una piccola azienda agricola da coltivare aggiunge Carlo Arrigone – dove si coltivava di tutto, mais, segale, molto prato per la stalla. C’erano le le straordinarie marcite che offrivano tre tagli d’erba e due di fieno. Una ricchezza straordinaria. Il riso entrava in rotazione triennale e solo in zone determinate, perché l’acqua era poca e non si potevano riempire tutti i fossi, ma solo quelli di comprensori non troppo estesi, stabiliti in  accordo tra tutti gli agricoltori del paese». Ma quel boom del mulino era l’anticamera di un declino rapido, segnato da quella rivoluzione che si abbatté nella campagne del Dopoguerra. Cavalli che si trasformavano in trattori, salariati sempre meno numerosi, lavoro che si faceva meno urgente, poi sporadico. Nel Dopoguerra, Carlo Arrigone segue il destino di milioni di giovani che dalle campagne migravano alle fabbriche. Il fisico forte e la volontà di non soffrire la fatica gli portano fortuna e in fabbrica fece carriera in fretta, diventando un caporeparto, prima in una ditta di Castello d’Agogna e poi alla grande Sacic di Mortara, ditta che fu un gigante del compensato.

Il libro che diventa museo

Ma il cuore è rimasto per sempre nelle sue campagne. Tanto che negli anni ’70 dà alle stampe la sua prima pubblicazione, “Le stagioni del contadino”, una passeggiata affettuosa in quei silenzi delle campagne che tanto sono rimasti nel suo animo di ragazzo alle prese con un mondo cambiato troppo in fretta. Poi negli anni 2000 un’altra pubblicazione “Dal giogo al trattore”. E con il primo libro nasce la decisione di allestire quel “Museo di arte e tradizione contadina” diventato una vera celebrità lomellina, con centinaia di scolaresche che lo hanno visitato, tra trattori scomodissimi e attrezzi in legno, nati dall’ingegno di mani callose, senza tastiere al seguito. E in parallelo la festa delle mietitura sull’aia che ogni anno vede partecipare tutti gli agricoltri del paese, impegnati a rimettere in funzione un’antica trebbia fissa. «Nel libro – racconta Arrigone – ho cercato di creare quell’atmosfera fatta di proverbi sagaci, di serate passate nella stalla sentire i racconti più strabilianti, con i bambini a bocca aperta a chiedere di ritardare l’ora del sonno. A Olevano, c’era tale Giuseppe Ponzio così bravo nel raccontare storie che nel periodo natalizio organizzava nella stalla vere storie a puntate, che si snodavano in più serate, nel tepore del respiro degli animali. Una sorta di romanzo sceneggiato ma puntate, che non aveva neppure bisogno di immagini». A raccontare quei giorni, Carlo Arrigone sente ancora il freddo pungente che attanagliava i piedi, quando ad aprile seminava nell’acqua il vivaio destinato al trapianto del riso. Oppure quando in inverno la gente rimpolpava la magra dieta  la dieta cercando le rane nascoste sotto le stoppie. Un passato che si respira ancora nella sua bella casa di Olevano e che si annida in cassetti stracolmi di fotografie, quelle che anche il figlio, ingegnere meccanico, conserva gelosamente. Perché  il passato non è solo nostalgia. Autore: Giovanni Rossi

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Non solo riso
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