LA TRILOGIA DEL BIOLOGICO

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sarassoGli articoli di Giuseppe Sarasso sul bio hanno avuto un grande successo, per cui vi proponiamo la trilogia completa, che si può stampare, condividere e spedire ad amici e colleghi: L’urbanizzazione e l’industrializzazione iniziate in alcune nazioni, tra le quali l’Italia, nella seconda metà del secolo scorso, ed attualmente in atto nel resto del mondo, hanno posto pesanti problemi di inquinamento. Alla drastica riduzione  della popolazione impegnata in agricoltura ed alla cresciuta domanda di prodotti alimentari, si è sopperito mediante la meccanizzazione e l’uso massiccio di prodotti chimici, utilizzati sulle colture per la fertilizzazione e per la difesa da infestanti e parassiti. La ricerca genetica ha perseguito l’incremento delle produzioni, selezionando piante in grado di utilizzare al meglio abbondanti fertilizzazioni minerali. Dato che  la ricerca di sicurezza da parte dell’uomo è innata, discende dall’istinto di conservazione, l’attenzione ai rischi per la salute dovuti all’inquinamento è andata crescendo nella popolazione, e si è trasmessa alle autorità politiche, le quali hanno posto limiti ambientali sempre più stringenti. L’industria ha reagito, ove è stato economicamente possibile, con lo smaltimento controllato degli scarichi inquinanti, sul quale si sono purtroppo inseriti i noti fenomeni malavitosi (es. terra dei fuochi). In altri casi, come nella chimica e nella siderurgia,  gli stabilimenti sono stati trasferiti in Paesi dove le regolamentazioni sono meno rigide, approfittando della libera circolazione delle merci, in qualunque modo vengano prodotte. Si è così delocalizzato  l’inquinamento, insieme ai  posti di lavoro.

In Europa si sono imposte norme sempre più stringenti sull’utilizzo dei fitofarmaci, demonizzati come la causa di tutti i mali: l’agricoltura non può delocalizzarsi, ma  non è più in grado di competere senza dazi adeguati con gli alimenti  d’importazione,  prodotti senza rispettare le regole che noi ci siamo dati. A fine 1990 erano disponibili per l’agricoltura  oltre 1.200  principi attivi. Oggi ne sono rimasti poco più di 300: dei 900 cancellati, alcuni creavano effettivamente  problemi alla salute od erano eccessivamente persistenti nell’ambiente;  molti altri, che erano comunque efficaci e non causavano problemi ambientali, sono stati ritirati volontariamente dalle ditte produttrici,  a causa dell’alto costo degli studi necessari a dimostrarne l’innocuità e ad ottenerne l’autorizzazione all’impiego. Evidentemente, il profitto che se ne poteva ricavare non avrebbe coperto i costi di autorizzazione. In compenso, si acquistano e si consumano in grandi quantità prodotti alimentari provenienti dai paesi extracomunitari, per i quali si accetta che vengano coltivati con fitofarmaci qui vietati, molti dei quali a brevetto scaduto e quindi molto competitivi nei prezzi, per non parlare di mais e soia geneticamente modificati, dei quali si accetta il consumo ma non la coltivazione. In proposito, si susseguono gli appelli di noti scienziati che attestano la non pericolosità degli Ogm, il più recente dei quali apparso venerdì 4 luglio 2014 a pag. 26 della Stampa di Torino. Questa innocuità è documentata, oltre che dai miliardi di persone, noi compresi, che ne consumano da quindici anni senza problemi,  da ben 1783 studi scientifici accreditati e pubblicati.

https://www.dropbox.com/s/d4wc8a4jp041h6b/Ge-crops-safety-pub-list-1.xls

L’avversione all’utilizzo di prodotti chimici discende dall’idea che sia comunque possibile ottenere una produzione alimentare  in quantità sufficiente e di salubrità eccellente, senza utilizzare fitofarmaci, o mediante  l’impiego di sostanze “naturali”. Si è affermata una ideologia dominante, diciamo nostalgica, legata ai “bei tempi andati”, che asserisce senza ombra di dubbio che  “Biologico” è buono e sano e che i “pesticidi” sarebbero frutto della protervia delle industrie chimiche. Una abile campagna di marketing, che ha permesso ad alcuni personaggi di costruirsi grandi fortune finanziarie e di immagine, ha demonizzato l’agricoltura  evolutasi nella seconda metà del  ‘900,  ormai etichettata come “convenzionale”, accentuandone la percezione degli aspetti negativi, e contrapponendole l’agricoltura “di una volta”, quella del nonno che porta ai nipotini una cesta di prodotti del suo orto. Una immagine cara a molti, dato che la maggioranza degli italiani ha un nonno od un avo  che si dedicava all’agricoltura. Questa campagna è stata sposata anche da una organizzazione che rappresenta le aziende agricole italiane di piccola dimensione, che  ha visto un modo di recuperare una qualche competitività economica nei confronti della concorrenza meglio strutturata.

E’ proprio vero che eliminando tutta la chimica (fertilizzanti e fitofarmaci), e la più recente scoperta della genetica, gli Ogm,  si ottengano alimenti più sani? Questa è una semplificazione molto suggestiva, facile da memorizzare, ma sprovvista di fondamento. Quando i fautori dell’agricoltura “di una volta” si trovano a corto di argomenti, invocano il principio di precauzione, diventato molto popolare. Se questo principio fosse applicato pedissequamente  in ogni evento della vita, non si farebbe più nulla, dato che nessuna attività  è assolutamente priva di rischi: basta pensare ai trasferimenti in auto. Ognuno di noi  prima di agire fa più o meno consciamente un bilancio tra i vantaggi che pensa di ottenere ed i rischi che pensa di correre, e poi si regola di conseguenza, scegliendo quello che ritiene il male minore. L’acquisto di prodotti “biologici” , almeno per chi ne ha le capacità finanziarie, è molto rassicurante e  solleva  dalla fatica  intellettuale di informarsi sui rischi che si corrono consumando il cibo. Ma è vero che il “biologico” è perfettamente salubre? Sorvolando sulla possibilità non certo remota che i soliti furbi e furbastri ci rifilino  cibo prodotto utilizzando prodotti chimici    spacciandolo per “biologico”,  esistono comunque  importanti rischi perfettamente “naturali” da non sottovalutare.

Le piante, per tentare di difendersi  dai parassiti,  producono molte sostanze, che rappresentano le loro strategie “naturali” di  difesa. Alcune sostanze sono prodotte  come risposta all’attacco di patogeni o erbivori (fitoalessine). Altre sono pro-tossine innocue attivate da un enzima innescato a seguito di un attacco parassitario. Altre ancora sono  prodotti di difesa costitutivi  (es. tannini) che rendono la pianta indesiderabile per i parassiti, ed anche per gli animali che se ne vogliono cibare. Tutte queste sostanze hanno proprietà a volte benefiche per l’uomo (es. resveratrolo, flavonoidi), altre volte venefiche (es. cumarine, curaro, nicotina, cannabinolo, ecc.). Per un panorama completo di queste sostanze, è consultabile on line una pubblicazione dell’Università di Ferrara al sito http://www.unife.it/scienze/tecnologie/insegnamenti/fitochimica/files-allegati/metaboliti_secondarinellepiante.pdf

Un vegetale attaccato dai parassiti che produce fitoalessine  è più salubre di un vegetale protetto da un fitofarmaco, quindi con bassi livelli di fitoalessine e qualche minimo residuo di prodotti chimici? A questa domanda non esiste una risposta univoca, bisogna valutare caso per caso, in funzione della tipologia di fitoalessine prodotte e della loro concentrazione. Alcuni funghi  parassiti delle piante  producono  scarti metabolici molto tossici. In particolare le aflatossine (fumonisina, ocratossina A, ecc.) sono attualmente al centro dell’attenzione delle autorità sanitarie  per la loro cancerogenicità, e per la genotossicità, anche se ingerite in quantità minime.  Per maggiori informazioni, sono consultabili i siti del Ministero della Salute e dell’EFSA, organismo europeo per la sicurezza alimentare:

http://www.iss.it/binary/efsa/cont/Aflatossine_Brera.pdf

http://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/aflatoxins.htm

Anche in questo caso, dunque, non esiste “buono” contro “cattivo”, ma occorre valutare caso per caso se sia meglio di accontentarsi di bassi livelli di aflatossine con una modesta contaminazione da fitofarmaci, oppure preferire le “biologiche” aflatossine. Sull’Informatore Agrario del 26 giugno/2 luglio 2014, a pagina 7, sotto il titolo : “Aflatossine dal mais al latte: i nodi vengono al pettine” si riporta il sequestro di 2.400 forme di parmigiano reggiano e di 388.000 litri di latte a causa di un contenuto fuori norma di aflatossine, derivanti dall’alimentazione delle bovine con mais parassitato da funghi del genere Fusarium. Stranamente, la notizia, seppur grave, non ha trovato risonanza sui media nazionali. Sarebbe forse stata troppo dannosa per i miti in voga.

La presenza di aflatossine  nel latte deriva principalmente da microorganismi fungini che si insediano sulla granella di mais superando le difese costituite dalla brattee, grazie ai forellini prodotti da un insetto parassita, la piralide. Una contaminazione del tutto “naturale”, che può e deve essere contrastata mediante un trattamento chimico, o mediante la coltivazione di una delle nuove varietà OGM, modificate proprio per renderle inattaccabili dalla piralide. Le aflatossine si ritrovano anche nel riso essiccato in modo improprio; ne è frequente il ritrovamento nei risi importati dall’Asia, ove questi sono essiccati sulle aie, in modo “biologico”. In questi, come in moltissimi altri casi, anche dal punto di vista della salubrità, l’agricoltura convenzionale produce alimenti più salubri rispetto all’agricoltura biologica. Il problema della qualità alimentare non può essere risolto quindi mediante facili slogan, derivanti da una ideologia, ma con un approccio pragmatico, mediante continui studi e  controlli a tappeto, ad evitare che sostanze tossiche, di qualsiasi provenienza, possano raggiungere in quantità significative le nostre mense.

Le ideologie hanno sempre causato e continuano a causare disastri all’umanità, per cui le scelte non devono essere mai riferite ad una ideologia, ma alla  Scienza, scritta con la S maiuscola per riferirsi a quella praticata da persone oneste e responsabili. Questa è conoscenza in continua evoluzione, e può trovare sempre nuove cause di danno all’uomo, od anche modificare le valutazioni di pericolosità delle sostanze in funzione di nuove scoperte. Bisogna essere ben consci che quello scientifico è un percorso ben lungi dall’essere concluso, che a volte può presentare sgradite sorprese, ma che da Galileo in poi ha consentito enormi progressi all’umanità. Il metodo scientifico esige che per la convalida dei risultati ogni esperimento sia ripetibile nel tempo e nello spazio da altri ricercatori, che ne ripetano rigorosamente il metodo ed i controlli, per questo richiede i suoi tempi ed è complesso.  Le semplificazioni portano ad  affidarsi a  personaggi come  Vannoni, le cui ideologie riescono a trovare un seguito, lucrando sulla disperazione o sulle paure  delle persone.

Nella nostra vita esistono ben poche certezze: una di queste è  l’indisponibilità assoluta di cibi (ed acque) “incontaminati”. Bisogna purtroppo accontentarsi di alimenti  “contaminati” da sostanze indesiderate, di qualsiasi origine, a patto che siano in concentrazioni  inferiori alla  soglia di danno. Vi sono moltissime sostanze, mai messe sul banco degli accusati, che inquinano cibi e bevande: ad esempio la pletora di prodotti chimici per la pulizia dei vestiti, delle stoviglie  e delle case, oltre agli inquinanti derivanti dall’industria e dall’uso dell’automobile. La legge prevede per i fitofarmaci un residuo massimo nelle acque potabili  di 0,1 μg/kg per prodotto singolo, e di 0,5 μg/kg per più principi attivi. Per il benzene, componente della benzina verde, il limite è di 1 μg/kg, quindi 10 volte superiore  a quello per un singolo fitofarmaco. I fitofarmaci potenzialmente cancerogeni sono stati ritirati dal commercio; il benzene sarà 10 volte meno pericoloso? Per avere una risposta, basta consultare le avvertenze presenti nei (piccoli) cartelli apposti sui distributori di benzina: se ci fate caso, non viene mai invocato il “principio di precauzione”. Dobbiamo  comunque accontentarci di dover subire una seppur minima contaminazione  (1 μg/kg sono 1 parte per miliardo), in cambio della libertà di spostamento che ci offre l’automobile, non potendo comunque ovviare in altro modo all’inquinamento diffuso da essa provocato. L’approccio  ideologico, di volere la “purezza” a tutti costi, ci riporterebbe pertanto a stili di vita arcaici, addirittura anteriori all’utilizzo del fuoco, visto che la combustione della legna in stufe e camini produce grandi quantità di diossina. Ma a questo punto dobbiamo porci necessariamente un nuovo interrogativo, e cioè se il famoso “bio” sia veramente in grado di sfamare il mondo.

Il bio ci sfamerà? Per rispondere a questa domanda bisogna aver studiato la storia: sfogliando i libri si scopre che fino a tutto il XIX secolo le malattie delle piante erano causa di ricorrenti carestie. La più disastrosa fu quella che colpì l’Irlanda tra il 1845 ed il 1850, in seguito ad una epidemia di  peronospora della patata. Degli otto milioni di residenti, 800.000 morirono di fame, e due milioni emigrarono. Negli stessi anni una serie di  estati umide estese in tutta Europa causarono  scarsi raccolti di grano, che ne fecero impennare i prezzi e contribuirono a causare le rivolte del 1848. Per la peronospora della patata, fu successivamente trovato il parziale rimedio del solfato di rame, sostituito oggi da prodotti di sintesi molto più efficaci,  mentre per il frumento esistono solo prodotti di sintesi, che in questa umida  estate 2014 si sono dimostrati indispensabili a salvarne il raccolto. I “bei tempi andati”, senza potersi difendere dalle malattie delle piante, non erano poi così belli…

I vigneti del Piemonte intorno al 1850 furono colpiti per la prima volta dall’oidio. Il Conte di Cavour, allora ministro dell’agricoltura, si adoperò per trovare un rimedio; gli scienziati presenti nell’Accademia di Agricoltura di Torino, da lui incaricati, lo scoprirono rapidamente: lo zolfo in polvere.  Si impegnò quindi  a diffonderne l’uso, salvando la viticoltura e le popolazioni che ne dipendevano economicamente. Anche lo zolfo ha visto nascere successivamente rimedi più efficaci. Lo stesso Conte di Cavour, nella sua azienda di Leri, dopo aver conosciuto le scoperte  di Lavoisier e Liebig sulla nutrizione minerale delle piante, sperimentò il guano ed i primi fertilizzanti chimici, incrementando la produzione di risone da 14,01 a 22,37 q/ha, e del frumento da 7,59 a 11,28 q/ha (S.Pugliese). Ai tempi, gli  italiani erano 20 milioni, e gli abitanti della Terra circa un miliardo, e già sentivano l’impellente necessità di incrementare la produzione agricola.  Oggi gli italiani sono triplicati, dipendendo fortemente dalle importazioni per sfamarsi, e gli abitanti del mondo si sono moltiplicati per sette. Come si può nutrirli (quasi) tutti? Solamente utilizzando gli innegabili progressi della genetica, che ha selezionato piante in grado incrementare notevolmente le  produzioni, a patto di essere difese adeguatamente dai parassiti e lautamente alimentate con fertilizzanti azotati, sintetizzabili in grandi quantità mediante processi  chimici. Come in tutti i progressi, vi sono stati degli effetti poco graditi, quali i residui di fitofarmaci negli alimenti, e la percolazione di nitrati in falda. Questi effetti negativi sono stati in gran parte corretti, mediante l’imposizione di limiti stringenti sui residui di fitofarmaci presenti negli alimenti (1/100 della dose ritenuta nociva), e sulle somministrazioni di fertilizzanti azotati. Quando le tecnologie attuali non erano disponibili, la popolazione mondiale per decine di millenni è rimasta sotto i 100 milioni, e non ha superato il miliardo  fino a metà del milleottocento. Solo i progressi della Scienza applicati ad agricoltura e medicina hanno permesso di raggiungere i sette miliardi in un periodo relativamente breve.

Volendo ragionare in termini di rapporto costi/benefici, ci possiamo permettere di rinnegare tutte le scoperte scientifiche che hanno permesso di incrementare la produzione agricola?

Proviamo a ragionare con dei numeri (fonte:FAO) :

 

AREA TOTALE PIANETA TERRA (km2)

510072000

AREA COPERTA DALL’ACQUA

361132000

DESERTI, MONTAGNE, SAVANE

148940000

PASCOLI, FORESTE

34328340

TERRA ARABILE

12324576

TERRA ARABILE ED IRRIGABILE

3081144

 

La superficie coltivabile della Terra rappresenta  circa il 3% del totale, ed è in continua diminuzione, vista l’invasione delle infrastrutture edili. Ad esempio, la pianura del Po ha perso dal 1920 ad oggi il 25% dei terreni agricoli. Non essendo pensabile la trasformazione in coltivate delle superfici ricoperte dai pascoli , che non  sarebbero comunque adatte,  e neanche di quelle  forestali, pena un ulteriore incremento del tasso di anidride carbonica, e non   potendo  utilizzare deserti, montagne e savane, per far fronte ai bisogni dell’attuale popolazione della terra occorre incrementare, e non diminuire, la produttività per ogni ettaro di terra coltivabile. La scarsità di terreni coltivabili è presa seriamente in considerazione da parte di  alcuni Paesi al mondo , ed il fenomeno detto “land grabbing” (accaparramento dei terreni coltivabili) ha assunto dimensioni impressionanti. Sono milioni gli ettari già acquistati nei vari continenti… 

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Le previsioni indicano oltretutto un ulteriore incremento della popolazione nei prossimi anni, evento considerato ineluttabile e non controllabile. A questo punto, otto o dieci miliardi di persone, che devono nutrirsi, e sperano di farlo sempre meglio,  troveranno  soddisfazione ai loro bisogni, riducendo pure l’inquinamento ambientale? Ad un convegno internazionale di specialisti in patologia vegetale, tenutosi  all’Università di Torino il 23 settembre 2010, nel ragionare sulle prospettive della difesa delle piante, il prof. U.Gisi  dell’Università di Basilea ha presentato un grafico che quantifica i milioni di tonnellate di alcune derrate alimentari producibili potenzialmente nel mondo in assenza di malattie delle piante, confrontandoli con quelli attualmente prodotti nella inevitabile presenza di parassiti ma con l’ausilio di protezione chimica, e con quelli producibili in assenza della medesima. Alla luce di questi dati ci possiamo veramente permettere di rinunciare ai fitofarmaci, impropriamente denominati “pesticidi” dai loro detrattori?

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La riduzione dei fitofarmaci  attuata dall’Europa nel corso dell’ultimo decennio non sarà indolore dal punto di vista della produzione, come illustra uno studio di Nomisma effettuato nel 2006 e proiettato al 2020: in assenza di adeguati correttivi, l’Europa perderà l’autosufficienza alimentare per i prodotti considerati.

 

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La sfida che si presenta quindi per il futuro mondiale è dunque quella di incrementare gli strumenti per la difesa delle colture, certamente ricercando un minor impatto sull’ambiente e limitando al massimo i pericoli per la salute, ma nel contempo ottenendo un miglioramento della produzione, altrimenti l’unica certezza che ci ritroveremo, in nome dell’ideologia del principio di precauzione, sarà quella di una grave insufficienza di cibo. A quel punto, molti  potranno applicare alla lettera ed anticipatamente detto principio, in quanto i defunti sono gli unici soggetti esenti da ogni rischio. Per non arrivare a quel punto dobbiamo porci ora la domanda che più ci interessa: qual è il futuro del riso bio in Italia? 

Eccoci al punto. Si può produrre – e a quali condizioni – riso biologico in Italia? Come abbiamo visto, la lotta alle infestanti ed ai parassiti rappresenta la sfida più ardua per l’agricoltura ed è stata effettuata in tutti i modi nel corso dei secoli; neppure con il grande aiuto fornito dalla chimica nell’ultimo mezzo secolo la battaglia si può dire vinta. Se si considera però che  dal 1400 al 1850 il riso è stato prodotto in Italia senza alcun ausilio della chimica, si può affermare con certezza che è possibile coltivare il riso in modo “biologico”. Ma a che prezzo e con quali risultati? 

Prima che Cavour introducesse i fertilizzanti chimici, le produzioni erano ferme a 14 q/ha. La fertilità del terreno veniva ripristinata mediante rotazioni  quinquennali  (riso-riso-mais-frumento-prato-prato), e con somministrazioni di letame prodotto  dal bestiame da lavoro e da reddito. Le infestanti erano controllate mediante la monda manuale, in quanto le rotazioni non erano sufficienti a debellarle. Anzi, il primo anno di riso dopo prato vedeva una diffusa nascita dei semi di Scirpus Mucronatus, che rendeva eccessivamente onerosa la monda. Per questo, il cav. Marcone alla tenuta Colombara di Livorno Ferraris, escogitò il primo metodo di lotta meccanica, mediante un rullo in legno di peso adatto a spezzare i rigidi germogli  dell’infestante, senza interrare quelli del riso, più flessibili, che in gran parte sopravvivevano al trattamento. Perfezionato successivamente da Cavour, l’attrezzo era ancora in uso nella tenuta Castelmerlino di Trino intorno al 1940. Un sistema  più efficace di lotta meccanica alle infestanti fu messo a punto agli inizi del 1900 dal sig. Attilio Cabrini (Il Giornale di Risicoltura, 1916, pagg.104-109). La  sua  seminatrice, conosciuta come “Cabrini e Mocchi”, deponeva i semi di riso sulla sommità di prose che sagomava nel fango, ponendoli in condizione di sopportare alti livelli d’acqua, per cui negli avvallamenti tra una fila e l’altra  l’emergenza dei giavoni era fortemente inibita. Mediante una sarchiatrice apposita si distruggevano  successivamente le  infestanti emerse. Nel suo citato, scientificamente ineccepibile,  resoconto  il sig. Attilio Cabrini  documentò che il suo metodo permetteva un controllo delle infestanti al 50%  e quindi  dimezzava la spesa di monda manuale. Questa, attualizzata ai nostri tempi, ammonterebbe a 750 € per tonnellata di risone, pari al prezzo di mercato del risone “bio”. Il calcolo, puramente teorico, ipotizza  di trovare persone disposte a scendere in risaia, e “dimentica” l’introduzione, avvenuta nel frattempo, di infestanti esotiche (es. Hetherantere) e  di varietà di riso a taglia bassa e foglia eretta, poco competitive nei confronti delle malerbe.

In terreni sciolti, dove è possibile praticare la semina interrata a file, è stata condotta tra il 2002 ed il 2006 una sperimentazione quinquennale, finanziata dalla regione Lombardia, per mettere a punto la tecnica di coltivazione di riso biologico, mediante mondatura meccanica (Quaderni della regione Lombardia, n.51-2005, n.72,2007). La sperimentazione è stata attuata su terreno molto sciolto (75% di sabbia, 20% di limo, 5% di argilla), in grado di drenare rapidamente e permettere operazioni di strigliatura molto precise. L’impianto autunnale di colture da sovescio non è, in quel tipo di terreno, inficiato dai ristagni tipici dei terreni a risaia. Non crea neppure ostacoli alla pratica delle rotazioni, che è stata eseguita con successo. La sperimentazione, eseguita in un terreno particolarmente adatto, non comune nell’area risicola, ha fornito risultati incoraggianti, ma stranamente sono stati  trascurati i rilievi, ad inizio e fine sperimentazione, sulla consistenza  numerica dei semi di  infestanti presenti nel terreno (banca semi). Le percentuali di controllo ottenute dalla lotta meccanica ai giavoni hanno raggiunto risultati massimi  del 90%, minimi del 42% e medi del  62%, leggermente superiori quindi ai risultati conseguiti da Attilio Cabrini nel 1916, ma non sono state integrate dalla mondatura. Partendo da una bassa infestazione del terreno, si sono ottenuti raccolti soddisfacenti. Ma le piante di giavone rimaste, mediamente una per metro quadro, sono in grado di produrre notevoli quantità di semi: una pianta di giavone ben accestita può produrne da 10.000 a20.000, a seconda della specie (Jacometti, Sampietro). Le prove di lotta al riso crodo svolte negli anni’80 hanno indicato che livelli di controllo  del  98%  riescono a mantenere invariata la banca semi nel terreno; se sono  inferiori fatalmente portano ad un incremento dell’infestazione, che rapidamente diventa ingestibile. Un esperimento di breve durata può quindi riuscire, ma se non si limita nel terreno l’incremento  del numero di semi,  che conservano la loro vitalità per molti anni, non si garantisce la sostenibilità della pratica nel tempo. Prova ne sia che l’azienda  ospitante il citato esperimento della Regione Lombardia ha dovuto in seguito, proprio per quel motivo, abbandonare la produzione di riso biologico. Sicuramente ha anche dovuto sopportare costi di diserbo superiori alla media per riportare i terreni nelle condizioni precedenti alla sperimentazione.

In tutto il mondo si stanno sperimentando metodi meccanici per il controllo delle infestanti. In India, il sistema Cono Weeder su riso trapiantato con sesto quadrato, prevede più passaggi nei due sensi mediante una piccola fresatrice ad azionamento manuale o motorizzata: sistema che richiede  un grande impiego di lavoro manuale. In Giappone, una trapiantatrice in grado di  applicare  una pacciamatura biodegradabile rappresenta una soluzione elegante ed efficace, ma estremamente costosa. Anche a voler applicare questi metodi a prescindere da questioni economiche,  per essere certi di ottenere un prodotto cresciuto nell’assenza assoluta di fitofarmaci, occorrerebbe trasformare in “biologica” tutta l’agricoltura dell’agricoltura padana, in quanto le acque che scorrono nei canali irrigui, oltre a contenere tracce di erbicidi per il riso contengono tracce di fitofarmaci applicati alle colture delle fasce pedemontane, che vengono trasportate dalle acque. Molto più consistenti sono gli inquinamenti dovuti agli scarichi civili ed industriali, che non rientrano però nelle valutazioni eseguite per attribuire la patente di “biologico”.

Rinunciare quindi alla chimica, cosa che comporterebbe  un arretramento generale del tenore di vita della popolazione,  o migliorarne l’utilizzo, riducendo al minimo i danni collaterali? Sono attualmente in fase di sperimentazione metodi per eliminare la distribuzione degli erbicidi in pieno campo, limitandone l’applicazione  esclusivamente sulle infestanti, tramite sistemi elettronici di riconoscimento e  spruzzi localizzati. Studi in tal senso vengono svolti in Belgio (università di Lovanio) su frumento, e nella Corea del Sud  (Università di Gwangju) su riso. Se e quando saranno disponibili commercialmente, questi sistemi potranno abbattere drasticamente i quantitativi di prodotto usato, con il vantaggio di ridurre i problemi di inquinamento delle acque superficiali. Non si intravedono possibilità di grandi miglioramenti riguardo invece alla contaminazione del riso lavorato, nel quale, a meno di utilizzi impropri, pur impiegando gli strumenti più sofisticati, è già ora improbabile ritrovare residui di erbicidi, caratteristica ben sfruttata dai produttori di finto “biologico”. Autore: Giuseppe Sarasso (foto piccola) (09.09.14)

 

 

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