IL BRUSONE SI COMBATTE COSÌ

Analisi di Barozzi sulle armi disponibili

Il reportage di Riso Italiano sul “brusone del riso”sta suscitando come comprensibile l’interesse dei risicoltori. Le infezioni di Pyricularia oryzae, se non adeguatamente contrastate, sono infatti causa di perdite produttive importanti sia in termini quantitativi che qualitativi.

A complemento di quanto riportato negli articoli già pubblicati pare opportuno fare qualche puntualizzazione di carattere operativo sulle strategie di protezione della coltura.

In premessa è importante sottolineare che la difesa della coltura va sempre basata su un approccio integrato che consideri una pluralità di aspetti e di variabili, a partire dalle caratteristiche  biologiche dei patogeni che si intende combattere e dalle condizioni ambientali e pedoclimatiche in cui si opera, ottimamente descritte dalla prof. Rodolfi in https://www.risoitaliano.eu/week-end-di-paura-per-il-brusone/  . Un ruolo fondamentale è rivestito dall’osservazione dello stato della coltura sia da un punto di vista genericamente agronomico (epoca e densità di semina, temperatura delle acque, eventuali ombreggiamenti dovuti ad alberature e filari, eventuale presenza di lesioni meccaniche dovute ad esempio ad eventi grandinigeni, ma anche di piante infestanti “ospiti” del patogeno) che nutrizionale (suoli con bassa CSC, stati di stress nutrizionale, concimazioni squilibrate specie per quanto riguarda l’azoto, rappresentano alcuni fattori di rischio per l’insorgenza sia del brusone che della talora sottovalutata elmintosporiosi).

Un altro fattore da considerare è rappresentato dal profilo genetico delle varietà coltivate: tra quelle di più recente costituzione alcune presentano specifici geni di resistenza a diversi ceppi di Pyricularia che consentono di ridurre se non di eliminare la necessità di trattamenti, mentre quelle più tradizionali –specialmente le varietà più vocate alla preparazione del risotto- sono in genere maggiormente suscettibili agli attacchi del patogeno e necessitano pertanto di maggiori attenzioni.

Il trattamento con prodotti chimici –tanto nell’agricoltura impropriamente definita “convenzionale” che in quella “biologica”che fa comunque più o meno ampio uso di prodotti chimici, come nello specifico lo zolfo- va sempre visto quindi come uno strumento complementare nell’ambito di un approccio integrato alla problematica.

Altri aspetti da considerare sono legati al fatto che l’eventuale trattamento con mezzi chimici deve essere essenzialmente preventivo dell’infezione, ma deve fare i conti con la persistenza di azione dei prodotti utilizzati che non sempre consente una completa copertura dei rischi. Nonostante qualche definizione impropria non esistono prodotti “curativi” rispetto ad una fitopatologia necrotica qual è il “brusone”. Alcuni fungicidi di sintesi possono esercitare un’azione “eradicante”, cioè bloccare lo sviluppo delle ife fungine all’interno della pianta,  mentre altri (zolfo in primis) hanno solo un’azione “di copertura” della vegetazione e quindi si limitano ad impedire la germinazione delle spore o la penetrazione del fungo. Ma se il patogeno riesce a svilupparsi e provocare la necrosi, ovvero la morte dei tessuti (in particolare nella forma definita “mal del colletto”, che rappresenta la manifestazione più dannosa tra le varie possibili in caso di infezione di Pyricularia) non c’è prodotto che possa “resuscitareciò che è morto. Per questo, anche per individuare il più corretto “timing” dei trattamenti, sono utilissimi gli strumenti di supporto decisionale quali BRUMAVA ed i bollettini previsionali di ERSAF Lombardia.

Va inoltre tenuto sempre ben presente che i patogeni fungini possono naturalmente sviluppare con relativa facilità e frequenza “ceppi” più virulenti ed aggressivi (quindi capaci di “aggirare” la resistenza genetica di alcune varietà)  oppure resistenti ai fungicidi. Il tema delle resistenze è al centro del lavoro del FRAC (Fungicide Resistance Action Comittee, https://www.frac.info/ ), un organismo di ricerca internazionale che raccomanda in particolare di non reiterare nel tempo trattamenti con sostanze attive aventi il medesimo meccanismo di azione (MOA, mode of action).

Dopo l’uscita di scena del Triciclazolo ( e più recentemente del Picoxystrobin), la sostanza attiva di più “lungo corso” nella difesa dal brusone del riso è l’Azoxystrobin, un analogo delle strobilurine (codice FRAC 11) che agisce a livello di mitocondri delle cellule fungine inibendone il processo respiratorio.

Sul mercato esistono numerosi formulati commerciali a base di Azoxystrobin. E’ bene raccomandare ai risicoltori la massima attenzione al momento dell’acquisto e dell’impiego di questi prodotti fitosanitari in quanto le rispettive etichette  presentano talora indicazioni sostanzialmente difformi tra loro. Esistono infatti formulati commerciali a base di Azoxystrobin che consentono due trattamenti ed altri che permettono un solo passaggio per anno, altri che prescrivono di effettuare la distribuzione entro l’inizio fioritura a fronte di formulati che consentono di trattare anche a fine fioritura. L’attenzione in questa fase, magari supportata dalla figura del consulente fitosanitario, può evitare spiacevoli sorprese in fase di compilazione dei registri e di eventuale controllo.

Da qualche anno è disponibile anche un formulato commerciale che contiene come sostanze attive una miscela di Azoxystrobin e Difenoconazolo, un triazolo con azione inibente della biosintesi dell’ergosterolo (FRAC code 3), che consente quindi di abbinare due diversi MOA nel medesimo trattamento. In etichetta sono consentiti al massimo 2 trattamenti a stagione da concludersi entro lo stadio di inizio fioritura.

Appartiene  sempre al gruppo delle strobilurine  (anche se alla famiglia chimica degli oxamino-acetati anziché a quella dei metossiacrilati) la sostanza attiva ad azione mesostemicaTrifloxystrobin, alla base di un formulato commerciale in granuli idrodispersibili immesso sul mercato dal 2018, mentre la sostanza attiva Flutriafol, alla base di un prodotto commerciale rietichettato nel 2018, rientra nel gruppo dei triazoli EBS-inibitori(FRAC code 3). Per entrambe le sostanze attive suddette è consentito un solo trattamento a stagione.

Lo zolfo, che si differenzia come meccanismo di azione dai precedenti (FRAC code M02), può rivestire qualche rilievo non solo per i risicoltori “biologici” che ne fanno ampio uso, ma anche per chi desidera utilizzare un MOA decisamente diverso per effettuare più trattamenti, tanto che sarebbe al centro di interesse per la produzione industriale di nuovi “fertilizzanti” e “biostimolanti” fogliari oltre ad essere alla base dell’unico formulato commerciale attualmente registrato (con autorizzazione in deroga ex art.53 fino al 24 ottobre 2019) come prodotto fitosanitario per il riso. Va precisato per completezza che, per quanto ammesso nei disciplinari del “bio”, lo zolfo deriva comunque da processi di preparazione industriale e che, essendo un prodotto “di copertura”, necessita di dosaggi decisamente superiori a quelli dei prodotti sistemici.

Appare inoltre utile richiamare al risicoltore l’importanza della corretta taratura, preparazione ed efficienza delle attrezzature per la distribuzione che possono rivestire un ruolo decisivo nel successo dei trattamenti, oltre che la corretta gestione della distribuzione e delle acque per evitare la contaminazione di corpi idrici superficiali e profondi .

Da ultimo è necessario ricordare di assicurarsi circa la provenienza del prodotto fitosanitario che si acquista e di verificare il rispetto deitempi di carenza (che peraltro, uscito di scena il Triciclazolo coi suoi 54 giorni, non sono in genere un problema). Inoltre per chi aderisce alla misura 10 (agricoltura integrata volontaria) dei vari PSR, è utile verificare preliminarmente la conformità dei trattamenti alle norme tecniche ed eventuali deroghe ed integrazioni allegate ai relativi bandi regionali. Autore: Flavio Barozzi, dottore agronomo

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Risicoltura
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