"PAC NEMICA DEL SEME, NON AIUTA LA QUALITA' DEL RISO"

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Il testo dell’accordo Stato-Regioni sull’applicazione della Pac non è ancora stato diffuso, ma una delle certezze trapelate dagli incontri romani è l’esclusione del vincolo ad utilizzare seme certificato per percepire l’aiuto accoppiato destinato al riso. Una scelta politica che avrà delle ovvie conseguenze: il governo rinuncia a qualificare la produzione di riso italiano, cioè a incentivare gli agricoltori a utilizzare seme della miglior qualità. Ovvia anche la reazione risentita del mondo sementiero. “Sarebbe stata una partita vincente – ci dice infatti Massimo Biloni (nelle foto), direttore di Sardo Piemontese Sementi, una delle maggiori realtà sementiere nel mondo del riso – quella di introdurre la possibilità di avere un aiuto accoppiato per l’uso delle sementi certificate. Non un aiuto ai moltiplicatori, come in passato, ma un aiuto a chi utilizza il seme certificato. Dopo mesi di lavoro con le associazioni di categoria, l’organizzazione a febbrario del Rice Seed Day presso l’Ente Risi e le discussioni con i rappresentanti del tavolo nazionale di fliera riso nonché con gli organi politici e amministrativi regionali e nazionali, scopriamo che il seme certificato di riso viene messo da parte.La buona semente certificata di riso non è un costo, bensì rappresenta un investimento. La legge prevede nessuna tolleranza alla diffusione di nematodi e solo la semente certificata ne è esente: sanno bene tutti quanto risone viene reimpiegato ad uso seme, contaminato da nematode, che potrebbe essere oggetto di denuncia con sanzioni penali. La legge prevede anche che non si utilizzino Ogm e vista la libera circolazione di prodotti Ogm in Italia, per esempio a livello mangimistico, le contaminazioni in azienda sono possibili e solo la semente certificata ne garantisce l’assenza. Buona semente significa riduzione del rischio di diffusione di malattie e di semi di infestanti che poi diventano sempre più difficili se non impossibili da controllare. Infine buona semente significa dare al consumatore una garanzia della produzione, dall’origine fino al piatto. E con questo vinceremmo ogni battaglia commerciale con chi importa dall’estero e non può provare nè l’origine di coltivazione nè l’identità varietale”. Biloni è un convinto sostenitore di una politica del made in Italy che parta dalla materia prima: “In Italia e nel mondo il “risotto italiano” deve essere fatto con varietà italiane coltivate in Italia, ben identificate e tracciate – ci dichiara -. Se riusciremo a lanciare questa sfida il settore non avrà più paure nè crisi!”. Dell’argomento, probabilmente, si discuterà anche al convegno “La risicoltura italiana oltre la Pac. Verso un’impresa agricola compatibile e sostenibile” che si terrà venerdì 27 giugno nell’aula magna dell’Università del Piemonte orientale, via Perrone 18, sede del Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa, e sarà organizzato dall’Università, in collaborazione con il Banco Popolare, e da Agrinsieme. Fra i relatori anche il viceministro delle Politiche Agricole, Andrea Olivero. (23.06.14)

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Risicoltura
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