«I MIEI PRIMI TRENT’ANNI»

ESCLUSIVO: intervista al professor Aldo Ferrero, che va in pensione ma continua a lavorare sul riso

Guardando indietro, dice soltanto: «sono stato molto fortunato nella vita professionale; fortunato per aver avuto la possibilità di avere esperienze di lavoro diverse molto stimolanti, che mi hanno dato, anche, molte soddisfazioni». Da qualche mese, Aldo Ferrero è in pensione. Un traguardo significativo per lui ma anche per la filiera risicola, che considera il cattedratico torinese uno dei maggiori esperti di diserbo e gestione della coltura. In breve, uno dei massimi esperti di riso del Paese e un’autorità scientifica a livello internazionale, che ha svolto un’attività trentennale nella ricerca in agricoltura. E che non intende fermarsi qui. «Cosa faccio adesso? Lavoro» risponde il Professore; infatti anche oggi è in studio, in Università. 

Quando ha iniziato a lavorare sul riso?

Non subito. Per un po’ ho lavorato nell’industria chimica. Dopo la laurea e 18 mesi di servizio militare, per 14 anni, sono stato alla Rumianca e poi all’Enichem, legata ai prodotti per l’agricoltura, dove mi sono occupato di aspetti tecnici, commerciali, di ricerca e di relazioni internazionali, raggiungendo una buona posizione in azienda. Sono stati anni intensi, che mi hanno, anche, permesso di occuparmi di ricerca in progetti in collaborazione con Università e firmare pubblicazioni scientifiche. In quegli anni ho anche potuto viaggiare a livello internazionale e nazionale, soprattutto nazionale, per 7 anni quotidianamente tra Torino e Milano.

Qual è stata la maggior fortuna?

Aver compreso quale poteva essere il vero obiettivo della mia vita lavorativa e di aver pensato di mettermi in gioco, partecipando nel 1986 al 1°concorso libero per l’Università, quando tutti la rifuggivano per entrare nell’industria: ho vinto un posto di professore associato a Milano presso il corso di laurea in Produzioni Animali della Facoltà di Medicina Veterinaria, dove per 7 anni ho tenuto i corsi di Agronomia e di Coltivazione e Conservazione dei foraggi. Un’altra fortuna è stata quella di venir chiamato nel 1993 qui a Torino dall’allora Preside della facoltà di Agraria prof. Angelo Garibaldi.

Cos’è cambiato con l’ingresso nel mondo universitario?

Mi ha presentato sfide nuove, totalmente diverse da quelle del mondo industriale. Le principali sono state per me quelle di fornire un servizio didattico adeguato agli studenti e di costituire un gruppo di ricerca in un’area che a Torino non era ancora stata compiutamente sviluppata, quella della Malerbologia. L’attività di ricerca universitaria si è concretizzata nella produzione di oltre 300 lavori in gran parte pubblicati su riviste internazionali, oltre ad una quindicina di libri e capitoli di libri. 

Ha avuto anche dei riconoscimenti?

Si, alcuni; la ricerca svolta nel settore della risicoltura mi ha permesso, ad esempio, di diventare membro della prestigiosa Accademia delle Scienze della Russia, per la collaborazione scientifica svolta con questo paese.

Com’era l’agricoltura quando ha iniziato a interessarsene?

Molto diversa soprattutto per quanto riguardala sensibilità ambientale: la chimica veniva sfruttata massicciamente, per esempio il propanile si applicava fino a dosi di 15 litri ad ettaro. 

Di quali problemi si occupava?

Le eterantere e, per molti anni, il riso crodo e i giavoni;  poi sono arrivate le sulfoniluree e, dopo ancora, le resistenze alle sulfoniluree… Quando si trova una soluzione, spesso si tende ad abusarne…

Oggi è diverso?

Molto. Oggi è impossibile coltivare solo con la chimica: la lotta integrata non è un’invenzione dei ricercatori ma una pratica obbligata in un mondo in cui le soluzioni chimiche si riducono progressivamente e debbono essere associate ad altri strumenti, principalmente agronomici.

Qual è stato il ruolo del bio nel cambiare questa mentalità?

Direi che la nuova mentalità ha favorito il metodo biologico, un metodo che va ancora studiato e approfondito. Si sta concludendo il progetto Risobiosystem che ha esattamente quest’obiettivo: evidenziare le criticità da affrontare per fare del metodo biologico in risicoltura una via percorribile da chi vuole dedicarsi seriamente a questo tipo di produzione. 

Quant’è importante la collaborazione con la ricerca in agromeccanica?

Molto e non solo nel bio.

Esiste una sinergia?

In questi ultimi tempi meno che in passato. Personalmente ho sempre avuto un ottimo rapporto con i colleghi dell‘Università di Torino e, in particolare, con il prof. Balsari che ha portato a risultati interessanti, ma occorrerebbe una sinergia maggiore, soprattutto nella ricerca sul riso bio.

Guardando indietro, chi ricorda?

Tanti colleghi e tante persone seriamente impegnate nel proprio lavoro, anche in questo sono stato un uomo fortunato. 

Qualche nome?

Senza far torto a nessuno mi limito a farne due, che hanno avuto un ruolo significativo nella ricerca applicata in risicoltura: Tinarelli e Finassi.

Guardando avanti, cosa farà?

Ma guardi, inizierò presto a collaborare a una nuova ricerca sulle resistenze… Come dicevo, se la salute me lo permetterà, continuerò a lavorare. Autore: Paolo Viana

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Risicoltura
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