RISICOLTORI IN PIAZZA (SECONDA PARTE)

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Chi è veramente che sta mettendo in ginocchio il riso italiano con le sue importazioni? La Cambogia (ma, attenzione, in prospettiva e a breve questo discorso vale anche per Myanmar che gode delle stesse agevolazioni) in virtù del regime  previsto dal Regolamento (UE) N. 978/2012 (EBA) può esportare nell’Unione Europea a dazio zero ma il riso esportato deve essere originario della Cambogia ai sensi del Reg. (CEE) N.2454/93. Solo il riso coltivato in Cambogia ha titolo per essere esportato a dazio zero nell’UE. Il riso greggio coltivato in altri Paesi e lavorato in Cambogia non può in alcun caso acquisirne l’origine così come perde l’origine il riso greggio coltivato in Cambogia ma lavorato in altri Paesi per poi essere inviato verso il mercato UE. Il riso originario della Cambogia viene esportato dalle industrie risiere rappresentate dalla Federation of Cambodian Rice Exporters e dalla Cambodian Rice Exports Association I prodotti originari della Cambogia per cui si richiede l’applicazione delle misure di salvaguardia sono: il riso semilavorato lungo B (indica) parboiled (codice NC1006 3027); il riso semilavorato lungo B (indica) non parboiled (codice NC1006 3048); il riso lavorato lungo B (indica) parboiled (codice NC1006 3067); il riso lavorato lungo B (indica) non parboiled (codice NC1006 3098). Il riso cambogiano viene principalmente esportato alla rinfusa o in “big bags” da una tonnellata, destinato ad essere confezionato nell’Unione europea. Una parte del prodotto viene, tuttavia, esportata confezionata all’origine, già pronta per essere consegnata alle catene di distribuzione del mercato comune. Le importazioni di riso confezionato sono in aumento e costituiscono un rischio ancor maggiore per tutta l’industria risiera europea, anche quella che oggi si avvantaggia dell’importazione di riso non confezionato. È evidente che i rischi già propri dell’industria di trasformazione italiana saranno, a breve, anche delle industrie del Nord Europa che subiranno la concorrenza delle importazioni, a dazio zero, di riso già confezionato dalla Cambogia (e dal Myanmar). Gli importatori del riso cambogiano sono imprese industriali e commerciali che hanno la propria sede vicino ai porti di Francia, Germania e Paesi Bassi. In questi tre Paesi viene sdoganato il 65% di tutto il riso cambogiano importato. Quest’ondata è destinata ad arrestarsi naturalmente? No, perché alla 5ª world rice conference svoltasi a Hong Kong nel novembre 2013 il rappresentante degli esportatori cambogiani ha evidenziato l’intenzione di continuare la rapida espansione delle esportazioni anche nei prossimi anni. A fronte delle 328 mila tonnellate di riso lavorato esportate nella campagna 2012/2013 (di cui 181 mila nella UE), i rappresentanti cambogiani hanno indicato come obiettivo dei prossimi anni un surplus esportabile di 3,35 milioni di tonnellate di riso greggio, pari a 2,08 milioni di tonnellate di riso lavorato (superiore all’intero consumo UE di 1,5 milioni di tonnellate di indica).  Nel 2012/13 l’Unione europea ha assorbito il 55% del volume totale esportato dalla Cambogia, percentuale salita al 59% nei primi sette mesi della campagna in corso (tab.09). La Cambogia è – già nella campagna 2012/2013 – il primo partner commerciale dell’Unione europea superando la Thailandia, per anni il principale Paese esportatore di riso lavorato verso l’Unione europea (tab.10), le cui importazioni sono assoggettate al dazio di 175 euro/t. Da settembre 2013 ad aprile 2014 le importazioni di riso lavorato dalla Cambogia hanno riguardato 157.897 tonnellate, facendo registrare un aumento di 48.205 tonnellate (+44%) rispetto allo stesso periodo della campagna precedente (109.692 tonnellate). La proiezione a fine campagna – recita il dossier italiano – permette di prevedere un volume di importazione totale di riso lavorato dalla Cambogia di circa 235.000 tonnellate, con un incremento di 54.000 tonnellate rispetto alla campagna 2012/2013 (+30%). A fine aprile il volume complessivo delle importazioni UE di riso lavorato ha raggiunto le 435.029 tonnellate, facendo registrare un incremento di 99.941 tonnellate (+30%) rispetto al dato di un anno fa (335.088 tonnellate) che a fine campagna era già arrivato al livello record di 487.509 tonnellate. La campagna in corso si chiuderà registrando importazioni di riso lavorato prossime alle 600.000 tonnellate. Nei giorni scorsi l’Ente Risi ha comunicato che “dai dati forniti dalla Commissione europea emerge che dall’inizio della campagna di commercializzazione 2013/2014 e sino a giugno 2014, le importazioni a dazio “zero” dai PMA per il riso semilavorato e lavorato risultano in aumento di 88.367 tonnellate (+60%) rispetto a un anno fa. Il totale importato nel corso dell’attuale campagna ammonta a 235.836 tonnellate di cui Cambogia 203.635 tonnellate. Nel mese di giugno 2014 le importazioni sono risultate pari a 21.135 tonnellate di cui Cambogia 17.901 tonnellate”.

IL RISO CAMBOGIANO COSTA 438 EURO, QUELLO ITALIANO 646

Il dossier anti-Cambogia predisposto dal governo italiano per chiedere l’adozione della clausola di salvaguardia e fermare così le importazioni a dazio zero dalla Cambogia spiega che “la quasi totalità delle importazioni nell’UE dalla Cambogia negli ultimi tre anni solari e riferito alle quattro voci di tariffa doganale interessate, suddivise tra importazioni preferenziali nel quadro del regolamento SPG e importazioni che non beneficiano di preferenze, avviene nell’ambito del regime preferenziale in totale esenzione di dazio. Le poche centinaia di tonnellate importate con l’assoggettamento del dazio MFN sono attribuibili a importazioni in cui non è stato possibile dimostrare correttamente l’origine del prodotto. Il confronto concorrenziale deve avvenire valutando i prezzi del riso lavorato sfuso (ante confezionamento), comunitario e cambogiano, f/co una località centro-nord europea, baricentro dei consumi. Si considera conseguentemente l’arrivo del riso cambogiano, già lavorato e alla rinfusa,  nel porto di Rotterdam (costo e nolo 379 euro/t nov. 2013), il trasporto in una industria risiera vicina ai porti nord europei e una cernita del prodotto prima del confezionamento. Il prezzo del prodotto pronto per il consumo, ma prima di essere confezionato, è di 438 euro/t. Solo il riso Myanmar ha un prezzo più competitivo di 434 euro/t. I prezzi del riso lavorato da tutte le altre origini, una volta pagato il dazio all’importazione, sono nettamente maggiori. Il riso statunitense costa 806 euro/t. e quello thailandese 750. Il riso italiano, alle stesse condizioni, ammonta a 646.

E’ UNA GUERRA DI COSTI

Il dossier predisposto dal governo italiano con la consulenza dell’Ente Risi spiega anche che in Italia si producono mediamente 7 tonnellate ad ettaro di riso greggio e che l’industria risiera italiana e dei Paesi produttori dell’UE, che è strutturata per trasformare il riso greggio, ottiene mediamente 0,62 tonnellate di riso lavorato per ogni tonnellata di riso greggio. “A fronte di un ettarato italiano medio degli ultimi 5 anni di 68 mila ettari, il sondaggio annuale dell’Ente Nazionale Risi, effettuato a marzo 2014, prevede per questa campagna una superficie di 56 mila ettari, con un calo della superficie investita a riso indica del -21,6% rispetto alla campagna precedente e una perdita di 15 mila ettari”. Le scorte si collocano a 174 mila tonnellatem, il valore più alto delle ultime cinque campagne e superano di 62 mila tonnellate (+55%) il risultato registrato un anno fa. Il documento dice anche che “la domanda di riso japonica è costante e pari a circa 600.000 tonnellate di riso lavorato, corrispondenti a 1 milione di tonnellate di riso greggio, per la cui produzione sono mediamente necessari 170 mila ettari. La capacità di produzione di riso indica non può occupare una superficie superiore a 80.000 ettari (250.000-170.000), con una produzione di riso greggio di 560.000 tonnellate, in equivalente riso lavorato circa 350 mila tonnellate. In tutta l’Unione europea la capacità produttiva di indica può essere stimata a 700.000 tonnellate di riso lavorato. Nei Paesi produttori di riso greggio, l’industria risiera ha una capacità di trasformazione largamente superiore all’attuale produzione”. Uno studio Ferm, redatto da Graham Brookes, analizza i soli costi variabili delle aziende risicole (non considerando i costi fissi relativi agli ammortamenti delle macchine né gli investimenti per l’acquisto dei terreni) individuando un costo per ettaro della azienda risicola italiana media in 3.129 euro. Considerata la resa media italiana di 7 tonnellate per ettaro, il costo per tonnellata è pari a 447 euro che, al netto del sostegno medio assicurato attualmente dai pagamenti diretti della PAC, scende a 322 euro alla tonnellata, prezzo minimo che consente di coprire i soli costi variabili. Se consideriamo invece il prezzo del riso lavorato, tenendo conto dei costi della lavorazione industriale, nonché dei costi di trasporto del riso greggio in riseria e di trasporto del riso lavorato dalla industria italiana alla stessa fase di consegna precedentemente prevista per il riso Cambogiano in nord Europa. Se prendiamo in esame il prezzo del riso cambogiano in Europa (438 euro/t) scopriamo che per essere competitivo il riso greggio italiano dovrebbe ammontare a 195,29 euro a tonnellata mentre oggi è, agli attuali aiuti Pac, 322. Sappiamo che la Pac sarà decurtata (il contributo attualmente percepito dagli agricoltori italiani che hanno coltivato riso nei periodi di riferimento 2000-2003 e 2005-2008, che può essere mediamente stimato a 874 euro/ha, ovvero circa 125 euro/tonnellata, ma solo se si tiene conto di una resa media di 7 tonnellate/ha e di un’azienda che coltiva esclusivamente riso) e quindi che il passivo è destinato a crescere. In altre parole, per competere con un riso cambogiano che è attestato su 438 euro a tonnellata l’industria risiera non può pagare più di 195 euro mentre l’agricoltore non può accettarne meno di 322; se poi calcoliamo tutte le voci che permettono di mantenere la redditività agricola e industriale della filiera italiana scopriamo che il prezzo minimo del riso lavorato italiano non può essere inferiore 646 euro/t, quindi non competitivo. “Qualora il riso cambogiano fosse assoggettato al dazio, il suo prezzo in nord Europa sarebbe vicino al prezzo remunerativo del riso comunitario, e potrebbe conseguentemente mantenere una propria quota del mercato UE senza deprimere i prezzi interni” spiega il Mise. Si calcola infatti che applicando un dazio di 175 euro/tonnellata il riso cambogiano salirebbe a 623,28 euro contro il costo italiano di 646,37 e la partita potrebbe riaprirsi. (06.07.14)

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