UN’ALTRA MAGAGNA NEL PSR PIEMONTESE

Le misure che dovrebbero incentivare l'agricoltura conservativa rischiano l'inapplicabilità.

confagricolturaIl Piemonte è alle prese, come altre regioni, con i problemi della siccità e dell’inquinamento delle acque, eppure snobba l’agricoltura conservativa. Anzi, la dimentica proprio. La denuncia viene lanciata da Confagricoltura Vercelli, la quale fa notare l’importanza di questa scelta agronomica: «gli agricoltori hanno riscoperto il ruolo del terreno, non più solo substrato inerte nel quale distribuire i concimi minerali per la nutrizione delle colture, ma componente vitale per l’equilibrio ecologico del sistema, soprattutto per ciò che riguarda il carbonio organico, la biodiversità e quindi la sua fertilità, la protezione contro l’erosione, l’azione di filtro e di spugna per le sostanze inquinanti e l’acqua. L’agricoltura tradizionale, dal forte impatto, ha lasciato il posto all’agricoltura conservativa che tende a restituire al suolo la sua funzionalità, la ricchezza in sostanza organica e a proteggerlo contro l’erosione».

Eppure, rileva l’organizzazione agricola, il Psr piemontese – diversamente da quelli di altre regioni – non facilita l’adozione di questa tecnica che minimizza le lavorazioni del suolo e favorisce il suo arricchimento in sostanza organica. Nelle Regioni padane è attivo dal 2012 un progetto finanziato dall’Unione europea nell’ambito dell’iniziativa LIFE +, Helpsoil (http://www.lifehelpsoil.eu/) e anche il Programma di Sviluppo Rurale 2014 -2020 prevede delle misure ad hoc (Misura 10.1.3, declinata nelle tre azioni: 1) minima lavorazione; 2) semina su sodo; 3) apporto di matrici organiche extraziendali) ma, rileva Confagricoltura, «nel Piano, forse a causa della fretta con la quale è stato scritto e concordato con i Servizi della Commissione europea, o dell’insufficienza delle sperimentazioni, sono emerse alcune prescrizioni che limitano fortemente l’adesione da parte delle aziende agricole, specie risicole» all’agricoltura conservativa.

Quali sono questi ostacoli? «Si tratta in particolare dell’obbligo di effettuare le azioni per il quinquennio sempre sugli stessi appezzamenti (tranne che per l’azione 3), e dell’obbligo di seminare una coltura (cover crops, da sovescio?) al massimo entro i 40 giorni successivi alla raccolta della coltura principale precedente. Nel primo caso si corre il rischio di un eccessivo incremento delle infestanti, poi difficili da combattere (gliphosate?) e, nel secondo caso si va incontro a difficoltà agromeccaniche per l’interramento della massa vegetale». La denuncia non arriva improvvisamente, perché l’organizzazione ha esposto settimane fa queste perplessità ai funzionari dell’Assessorato agricoltura della Regione Piemonte, «non ottenendo risposte soddisfacenti: In pratica, ci è stato ricordato, il Psr approvato dalla Commissione europea dopo un lungo negoziato, non può essere modificato, almeno entro breve» rivelano i rappresentanti dei risicoltori, che concludono con un giudizio fortemente polemico: «Il problema diventa se la politica si vuole attendere risultati positivi dall’applicazione del PSR o se preferisce avere un bellissimo manuale agronomico ed ambientale, rinunciando ad avvalersi dei finanziamenti comunitari i quali, inevitabilmente, ritorneranno a Bruxelles (come è già successo per il precedente PSR 2007-2013)». La parola, ora, passa all’assessorato piemontese all’agricoltura. (20.02.2016)

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