LA SIS ATTACCA IL CLEARFIELD

FacebookLinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailLa filiera delle sementi scricchiola. Sotto il peso della crisi, saltano antiche convenzioni, come quella di non pestare i piedi al vicino di risaia. Stiamo diventando, direbbe qualcuno, più...
IL VENERE ARRIVA IN RUSSIA Arriva in Russia il riso nero dell'azienda Sapise. Il riso made in Vercelli, infatti, sar… seminato e crescer… in riva al Mar Nero, dove si Š deciso di dare impulso alla coltivazione del cereale migliorando il profilo qualitativo.

ogmriLa filiera delle sementi scricchiola. Sotto il peso della crisi, saltano antiche convenzioni, come quella di non pestare i piedi al vicino di risaia. Stiamo diventando, direbbe qualcuno, più americani. Ed inconfondibilmente americana è la pietra dello scandalo, cioè gli Ogm. Il dibattito sulla necessità di introdurli o meno nell’agricoltura europea è stato (ri)sollevato da Report su Rai 3, e rilanciato da un comunicato stampa della Società italiana sementi (Sis) di Bologna.

Nel corso della trasmissione Report dell’11 novembre (Gli insostenibili brevetti) della quale abbiamo già dato conto nel riferire le parole del presidente dell’Ente Risi sulla tecnologia Clearfield (Carrà: la Basf ci paga poco), la popolare conduttrice ha sparato a zero sulle sementi biotech, scatenando la reazione della Società italiana di genetica agraria. Il suo presidente Fabio Veronesi ha accusato la trasmissione televisiva di parzialità nell’esporre la questione e ha fatto notare tra l’altro che i nove miliardi di esseri umani che abiteranno la Terra nel 2050 potranno essere sfamati solo dagli Ogm, in quanto “per coltivazioni come mais, riso, frumento e soia sono attesi incrementi del 38-67% entro il 2050 solo se le moderne tecnologie di miglioramento genetico saranno utilizzate per incrementare le produzioni mentre sarebbero richiesti incrementi del 60-110% per sostenere la popolazione presente sul pianeta nel 2050”.

Questa analisi è condivisa da molti risicoltori e avversata da molti altri: dati ufficiali non ce ne sono, ma che l’argomento divida è arcinoto. Non a caso la Sis pigia proprio su questo tasto per colpire la concorrenza. In un comunicato stampa diffuso nei giorni scorsi, la società bolognese fa infatti sapere che quest’anno, malgrado il clima impazzito, le sue varietà sono andate alla grande, a partire dallo Yume, il riso da sushi coltivato in esclusiva “grazie anche all’interdizione dell’Ogm che il gruppo nipponico partner di SIS ha deciso”. Questo è solo l’antipasto: parlando dei successi del Volano “quella che tutti gli Italiani conoscono sotto la denominazione ‘Arborio’ come “la varietà da risotto”, il vero e tradizionale risotto italiano”, la Sis fa sapere che nella riproduzione del seme intende “evitare accuratamente le aziende che in questi anni hanno optato per l’impiego di varietà CL (Clearfield), per annullare al massimo il rischio di incroci anche spontanei con piante modificate geneticamente attraverso mutagenesi”.

Il termine è insidioso: assomiglia a “transgenico”, tuttavia la “mutagenesi tradizionale” utilizzata nel caso del Clearfield è una selezione accelerata ma “naturale”, che non contempla la manipolazione del Dna, ossia quella particolare forma di bioingegneria che solitamente individua gli Ogm. Non casualmente, il Libero, che fu il primo riso CL introdotto sul mercato italiano (dove nel frattempo sono state registrate una decina di varietà CL), fu presentato come varietà Ogm-free. Quella varietà era stata ottenuta “senza inserire nella pianta Dna proveniente da altre specie, evitando quindi di produrre organismi geneticamente modificati” come si legge sul sito Basf, la società che detiene il brevetto di questa tecnologia (inventata dall’Università della Louisiana) e che è stata chiamata in causa durante la trasmissione Report.

Mentre Basf – che non vende le sementi CL ma l’erbicida che, associato alla tecnologia Clearfield, combatte il crodo – descrive la mutagenesi tradizionale come “una sorta di evoluzione accelerata”, non molto diversa quindi da altre tecniche di bioingegneria, la Sis nel suo comunicato stampa fa riferimento a “piante modificate geneticamente”. Anche se la dizione è diversa da “piante geneticamente modificate” gli stracci volano… La Sis, peraltro, non afferma che la tecnologia Clearfield sia transgenica; semplicemente, la contrappone alla purezza delle “varietà italiane, ottenute tramite le tecniche di miglioramento genetico tradizionale” e per bocca del presidente Gabriele Cristofori ricorda ai risicoltori che “le nostre varietà sono tutte tradizionali, nel solco della risicoltura di qualità italiana, apprezzata in tutto il mondo. Noi non abbiamo varietà ottenute attraverso mutagenesi indotte come le varietà CL (Clearfield) che, oltretutto, sono vendute solo agli agricoltori che accettano di sottoscrivere contratti vincolati da specifiche condizioni”. E’ la seconda bordata. La terza segue a ruota: “Queste varietà, come ha affermato recentemente durante la trasmissione Report (Rai 3) il dr. Romano Gironi dell’Ente Nazionale Risi, forniscono all’agricoltore solo una soluzione temporanea poiché tra le erbe infestanti si sta già evidenziando la comparsa di resistenze al principio attivo utilizzato per il diserbo”. Anche questo tema è caldo, ma la relazione tra la tecnologia Clearfield e le resistenze, avvertono alcuni tecnici, non è dimostrata. Insomma, un comunicato stampa che precipita come un masso nello stagno e stimola i punti nevralgici della ricerca varietale e degli interessi economici che ruotano intorno ad essa. Legittimo attendersi delle reazioni. (30.11.13)

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Risicoltura
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