IDEOLOGIA O IMPRESA?

biodistretto

Il pioniere è una famiglia di risicoltori che parecchi anni fa si impuntò a coltivare riso senza chimica, seminandolo su un erbaio. Oggi si chiama pacciamatura verde e va per la maggiore, ma alcuni decenni fa, «al bar del paese aspettavano solo che fallissimo» racconta Ugo Stocchi.

UNA GARLANDA PUNTO DI RIFERIMENTO

A un certo punto, però, in quella risaia ai piedi del Monte Rosa, così lontana dagli scenari tropicali da cui viene l’Oryza, crebbe anche il riso e Una Garlanda degli Stocchi diventò un punto di riferimento nella risicoltura biologica. Un simbolo per un mercato bio dalla crescita impetuosa e dai metodi sempre più lontani da questi “bio-puri” della Baraggia Vercellese e Biellese, dove le rese sono basse anche per il riso convenzionale e spesso l’acqua non arriva. 

L’ASSEMBLEA DEL BIODISTRETTO

Come ha detto Giuseppe Goio, un risicoltore biologico della Baraggia Vercellese all’assemblea del Biodistretto piemontese, «come possono scomparire da un anno all’altro diecimila ettari di riso biologico se è vero bio». Domanda retorica. Ma vediamo cosa succede nelle risaie biovere. Il Biodistretto del riso, presieduto da Giampaolo Andriesi, ex consigliere regionale M5S, ha tenuto domenica mattina la sua assemblea al castello di Rovasenda (Vercelli) ed è stata una discussione tutta interna perché oggi, in piena crisi agricola, è impossibile una comunicazione con la risicoltura convenzionale, dove tutti cercano di salvare il salvabile e resta pochissimo spazio per il confronto e la sperimentazione.

Ma veniamo appunto ai bio-puri o bio-veri: siamo di fronte a una nicchia di produttori che si oppone a qualsiasi standardizzazione delle tecniche e dei mezzi di produzione, che è invece il filo rosso dell’agricoltura moderna, riso incluso. Chi scommette su miscele dinamiche di sementi, i cosiddetti semi resilienti, attua nel mondo rurale una contestazione stile anni Settanta, ma attualizzata: condivide la proprietà privata ma non il mercato capitalistico, con le sue royalties e l’omologazione imposta dalla grande distribuzione; ha un concetto comunitario del territorio e dell’ecosistema, di cui si sente il custode, anche con qualche integralismo; prende la distanze dalle valutazioni produttivistiche, basate sulle rese, e basa la valorizzazione del prodotto su elementi immateriali e scelte etiche. 

FATTURATO NON SEMPRE PRIORITA’

Ideologia o impresa? La base tecnica c’è, mettiamolo subito in chiaro., Che poi gli ultras del biologico siano spesso imprenditori con più passione per la terra che necessità di fare fatturato è nei fatti. La vicepresidente possiede un castello, e gran parte delle dodici aziende del biodistretto sono concentrate in un’area di risicoltura eroica, condizionata da suolo e idrografia. Il mercato di sbocco del riso che producono è la nicchia dei “consapevoli”, che siano nostalgici del 68 convertiti all’ambientalismo (come la coop Tamiso di Padova) o nuovo contestatori che guardano con preoccupazione la commassazione delle aziende agricole sotto l’ombrello della finanza e del fotovoltaico, comunque si pongono anche loro il problema della sostenibilità economica.

SOTTRARSI AL MERCATO DI MASSA

Insomma, siamo nel campo delle aziende e non dei liberi pensatori. Magari visionari e orgogliosamente piccoli, ma imprenditori. Che per sottrarsi al controllo del mercato di massa e coltivare i loro 900 ettari (tanto “misura” oggi la risaia del Biodistretto) stanno sviluppando una propria attività sementiera, attraverso la Rete Semi Rurali, un’associazione del mondo bio che si occupa di sviluppare semente libera da royalties e giustifica scientificamente il reimpiego: quella che è una pratica considerata nefasta per la qualità del seme di riso, nel caso dei bio-veri diventa la chiave di volta della selezione varietale.

PROGETTO RISO RESILIENTE

Al bando forbici, pennelli e incroci: nel caso del Biodistretto (progetto Riso resiliente), l’associazione ha acquisito oltre 240 varietà di riso storiche, ormai libere da diritti, e ha selezionato tre miscele di risi medi, lunghi A e tondi, che, sulla base del regolamento europeo del 2018 sono stati creati questi Materiali eterogenei biologici, che applicano i concetti sulla popolazione evolutiva secondo cui l’ambiente – quindi anche l’agricoltore – seleziona di anno in anno i tratti evolutivi migliori per quel terreno, generando, attraverso il reimpiego, il materiale evolutivo migliore per esser coltivato in quelle condizioni e con quella tecnica.

PARAMETRI EVOLUTIVI MAL SI CONCILIANO CON LA BUROCRAZIA

Metodi che fanno accapponare la pelle ai convenzionali ma esaltano i bio-veri, che si sentono nuovamente padroni della loro terra e del loro lavoro, come hanno insistito domenica. Criteri che fanno impazzire i burocrati: il Ministero dell’agricoltura, come per i risi convenzionali, ha chiesto una serie di parametri dei Meb nell’ambito della procedura di notifica necessaria per vendere la semente. Sono stati regolarmente forniti, peccato che quei parametri siano evolutivi come il loro Meb, cioè cambino di anno in anno, di raccolto in raccolto.

Del resto, ribattono i bio-veri, se non si autorizzano queste sementi non c’è seme per loro, dal momento che anche le varietà selezionate per il biologico non si adattano a tutti i terreni e sono comunque insufficienti per la domanda. Il riso bianco ottenuto da queste miscele, asseriscono al Biodistretto, non ha un comportamento in cottura molto difforme da quelli delle tipologie di riferimento.

ANCORA UN POCO DI PAZIENZA…

Come ha detto Maria Paola di Rovasenda domenica, tuttavia, sia sul fronte tecnico che su quello culinario ci vorrà qualche anno per valutare la portata di questo investimento e del suo mercato. E’ ciò che pensiamo anche noi di Risoitaliano.eu che a questo settore abbiamo rimproverato in passato la reticenza nel fornire dati chiari sui rendimenti ed altri dati. Tuttavia, consideriamo ogni scelta imprenditoriale degna di essere seguita con interesse. Al momento, il dilemma se si tratti di una scelta ideologica o di mercato deve ancora esser sciolto.

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