SVELATI I RISULTATI DI RISTEC

L'utilità della sommissione invernale per il terreno e per l'ambiente

Finanziato dal Psr della Regione Lombardia e sviluppato dalle Università di Milano e Torino e dall’Ente Nazionale Risi, il Progetto RISTEC è giunto al suo ultimo field tour. L’incontro di ieri ha visto la partecipazione di molti risicoltori. La visita ai diversi campi sperimentali è stata condotta da Marco Romani, Responsabile Settore Agronomia Enr. La prima tappa nei campi dimostrativi del Centro Ricerche di Castello D’Agogna (Pv), riguardava la sommersione invernale, tecnica che è stata perseguita in ambito agronomico dal punto di vista della criticità riguardante le emissioni di gas serra, nello specifico della produzione di metano. Il discorso è legato al turn-over della sostanza organica: «abbiamo dimostrato che nel contesto colturale italiano, dove la risicoltura è inserita in un programma di mono-successione (quasi per la maggior parte del territorio), in cui la fertilità biologica e quindi la degradazione dei residui colturali è molto lenta, questa tecnica che prevede la macerazione delle paglie durante il periodo invernale può sicuramente accelerare quelle che sono le dinamiche di trasformazione; si ha cosi una maggiore disponibilità di nutrienti e la riduzione di quelli che sono gli effetti negativi legati invece ad una fermentazione delle sostanze durante la coltivazione» ha spiegato Romani.

A questo studio hanno collaborato sia gli agronomi e chimici del suolo (tra cui la Prof.ssa Luisella Celi)dell’Università degli Studi di Torino, per caratterizzare quelle che sono le dinamiche delle sostanza organica e le emissioni di gas serra, sia l’Università degli Studi di Milano che si è occupata più della fisiologia della cultura, con particolare attenzione agli apparati radicali ed ha messo a disposizione un gruppo di idraulici agrari che hanno cercato di dimostrare quali sono i benefici relativi al ciclo dell’acqua con questa tipologia di tecnica colturale. In campo, sono state organizzate sei camere, delle quali tre gestite con sommersione invernale e tre con metodo convenzionale di asciutta. All’interno di ogni camera sono stati suddivisi poi due diversi metodi di gestione delle paglie (per la metà delle parcelle trinciate). Un’ulteriore differenziazione è stata fatta nel dosaggio durante la concimazione azotata: la parcella testimone con una dose normale di 130kg/ha e una tesi con una concimazione pari a 160kg/ha. La varietà utilizzata è il Selenio, seminato il 21 di maggio. La concimazione azotata è stata divisa in tre fasi: pre-semina, levata e differenziazione della pannocchia. I principali trattamenti effettuati sono i classici trattamenti erbicidi e due fungicida contro il brusone. E’ stato riscontrato un leggero aumento di Ammania nelle parcelle non trattate. La dose di semina è stata di 140kg/ha per un investimento calcolato di circa 165 piante al mq (facendo una media tra le varie camere). Sono stati apportati inoltre 300kg/ha di concime 0-14-30.

Come primi risultati di questa campagna si può evidenziare una differenza nelle fioriture: le parcelle in cui la paglia è stata trinciata, sono fiorite mediamente due giorni prima con Spad (indice che stima il contenuto di clorofilla all’interno delle piante e quindi indicatore per quella che è la vigoria delle piante) quest’anno, tuttavia, non sono particolarmente significativi. C’è una riduzione di quasi due tonnellate di sostanza organica che viene incorporata con l’aratura nelle parcelle sommerse ed un minore rapporto Ca/N, quindi poi più facilmente mineralizzabile durante la stagione colturale.

Come può modificare le emissioni di gas serra, in particolare l’emissione di metano, la sommersione invernale? Può questa tecnica interagire con l’emissione nella stagione colturale successiva? Dario Sacco, professore di Agronomia presso l’Università di Torino, presente alla visita, risponde così: «I risultati ottenuti in questo biennio sono i seguenti: durante l’inverno riscontriamo emissioni di gas serra praticamente nulle, ovvero, anche se il sistema è sommerso e quindi non c’è ossigeno (che dovrebbe portare alla produzione del metano), le basse temperature e la bassa attività microbica probabilmente portano a non avere emissioni di gas serra. Quando si è tolta l’acqua dalle camere a fine inverno/ inizio primavera, è stata riscontrata, quest’anno, una lieve emissione rispetto all’anno precedente, tuttavia, a livelli del tutto irrilevanti rispetto al bilancio complessivo. In altri Paesi, con climi più caldi, invece, queste emissioni sono molto più elevate. Rispetto al periodo estivo, il fatto che si abbia una maggiore degradazione delle paglie e della sostanza organica fresca (che più facilmente genera il metano) in inverno, fa si che anche nella stagione colturale del riso ci sia un vantaggio, ovvero, il Ca si consuma nel momento in cui non si trasforma in metano» ha osservato ieri.

Continuiamo i quesiti con Arianna Facchi, professoressa di idraulica agraria dell’Università di Milano, analizzando il ciclo idrico legato a questa tecnica: la sommersione invernale è efficiente nel ricaricare le falde? Quanto è efficiente quest’ultima rispetto a quella estiva nel ricaricare le falde? Facilita l’innalzamento della falda per la stagione agraria? Ecco la risposta: «Il periodo di maggior richiesta di acqua in risaia, si sa, è la messa in carica delle camere, durante la primavera all’inizio della stagione, bisogna portare la falda freatica a livelli più alti. Il lavoro è stato svolto su piattaforme molto piccole, per vedere gli effetti della falda, hanno operato nell’Azienda Braggio di Zeme (Pv), che pratica la sommersione in alcune aree dal 2004 (36ha) e in altre dal finanziamento Psr della Regione Lombardia (80ha). Sono stati installati dei pozzetti piezometrici all’interno e all’esterno delle aree e misurate le portate in ingresso e in uscita per quantificare il consumo della sommersione invernale. Risposta: la sommersione invernale è più efficiente di quella estiva nel ricaricare la falda freatica, cioè raggiunge gli stessi livelli pur essendo localizzata su un minor ettarato e quindi si può dedurre che l’acqua viene dispersa anche nel terreno insaturo e ne andrà meno in percolazione verticale. Nonostante questo si raggiungono gli stessi livelli estivi poiché durante l’estate c’è l’evapotraspirazione, cioè la coltura del riso perde acqua, inoltre durante l’inverno la conducibilità dei suoli è maggiore. Da un punto di vista operativo, tuttavia, con l’assetto attuale di richiesta di sommersione da metà novembre a metà gennaio ed essendo applicata in aree limitate dello spazio, il tempo di esaurimento quindi di ritorno del livello di falda al valore antecedente la sommersione è di circa un mese, mentre l’esaurimento della falda dopo la sommersione estiva è di 2/3 mesi: di fatto potrebbe essere una misura efficace purchè venga portata più a ridosso della stagione agraria e su porzioni di terreno più vaste, di modo che abbassandosi il livello sul territorio si abbia una ricarica a monte».

La seconda tappa del tour ci portava nei terreni dell’Azienda Agricola Bandi Adriano a Nicorvo (Pv). In tal caso eravamo di fronte ad un terreno molto sciolto, più adatto ad una cultura intercalare, poiché sempre asciutto e previene il ristagno idrico che porta una cultura leguminosa in cui la tecnica del sovescio si adatta molto bene. E’ stato svolto un sovescio di leguminosa, in questo caso di veccia villosa, seminata l’1 ottobre, con una semina a spaglio su stoppia (50kg/ha). Le concimazioni sono state per una parte di parcelle nei testimoni di 80-120- 160 kg/ha. Due concimazioni: una in pre-sommersione e una in differenziazione della pannocchia. Varietà Sole con dose di semina di 150kg/ha in interrata. Per quanto riguarda gli apporti al riso si parla di in media 149,5kg/ha di azoto a ettaro e la veccia prodotta è di circa 4,5 tonnellate all’ettaro in sostanza secca. C’è una differenza nelle fioriture e soprattutto nello Spad.

«E’ bene sottolineare – aggiunge Sacco – che la scelta della tipologia di coltura da sovescio dipende principalmente dalla tessitura dei terreni: le graminacee hanno il vantaggio di portare più biomassa, nel momento in cui c’è da strutturare di più un suolo pesante è preferibile; mentre le leguminose si contraddistinguono per una maggiore velocità di degradazione e per il rapporto carbonio azoto. Il risultato negli anni è ancora più soddisfacente: l’effetto equivalente di quello che il riso riesce ad assorbire è nell’ordine degli 80 kg in meno, ottenendo la stessa produzione. La cover crop tuttavia, per fare effetto, ci deve essere! Non deve essere seminata dopo metà ottobre poiché è importante lo sviluppo prima dell’inverno e se si è troppo in anticipo la ripresa vegetativa non compie il suo ciclo. Bisogna adattare il sistema nel suo complesso».

Come la pianta di riso ed in particolar modo l’apparato ipogeo risponde alle diverse condizioni edafiche in cui la tecnica colturale abbia avuto un‘incidenza? Qual è il ruolo dell’apparato radicale della pianta? Ci ha risposto Gian Attilio Sacchi, professore di fisiologia vegetale presso l’Università di Milano: «Sono state messe a confronto due varietà Sole e CL15, poiché hanno apparati radicali diversissimi: l’angolatura e la lunghezza della radice danno l’idea di quant’è il volume esplorabile. Esistono degli effetti diversi dovuti alla presenza della veccia: una corrispondenza biunivoca ed una risposta del genotipo che è relazionabile a quello che geneticamente è la sua specifica architettura».

La nostra giornata di studio si è conclusa con la visita all’Azienda Zerbi Antonio di Pieve Albignola (Pv), analizzando i risultati dati dalle lavorazioni conservative del suolo. A confronto era la minima lavorazione e la semina su sodo. Sono state effettuate tre concimazioni azotate 80-120- 160 su due varietà clearfield per avere lo stesso tipo di diserbo (beyond). In questi anni la minima (a parte il primo anno) ha prodotto uguale all’aratura tradizionale mentre la semina su sodo ha dato risultati più deludenti (15/20% in meno). Il motivo è una mancanza d’investimento a macchie: dove entra un po’ di paglia nel solco di semina non nasce il riso. Quest’anno l’investimento è migliorato, tuttavia, per la semina su sodo il compattamento rimane ed abbiamo una densità apparente ( gr di terrene per unità di volume), superiore di 0,3 rispetto alle altre tipologie di lavorazione, ciò comporta una minore produttività della coltura. «Per quanto riguarda l’architettura radicale – specifica Sacchi – non esiste alcuna differenza tra la lavorazone convenzionale e la minima, mentre c’è un forte impatto nella semina su sodo. Una scelta varietale che tenga conto anche alla risposta delle radici dovrebbe essere più analizzata per i fortissimi impatti che ha nello sviluppo della pianta».

«Rimane un sistema che ha meno input dal punto di vista meccanico e tutto ciò che si sbaglia poi si paga perché non c’è possibilità di rimediare: se partono le infestanti è molto difficile controllarle e se nelle fasi di trebbiatura il suolo è altrettanto complicata la situazione. E’ fondamentale nei primi anni operare al meglio per avere sempre migliori risultati successivamente» conclude Sacco. Autore: Martina Fasani

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