SCELTE OCULATE DI SOVESCIO IN RISAIA

Inchiesta sulle tecniche di sovescio dei risicoltori italiani: il parere dell'agronomo Barozzi (terza parte - fine)

Concludiamo l’inchiesta sul sovescio in risicoltura ascoltando il parere dell’agronomo Flavio Barozzi, che pratica sovescio dall’inverno 1997-98 e in occasione di EXPO 2015 ha presentato nel padiglione della WAA (World Agronomist Association)  il lavoro di sperimentazione pluriennale su questa tecnica, effettuato prima della pubblicazione del Piano di Sviluppo Rurale. Premettiamo che, come ha dimostrato la nostra inchiesta, questa tecnica  ha sicuramente dei vantaggi in risaia, resi ancor più tangibili dall’evidente sostenibilità che, di questi tempi, può fornire esternalità positive agli occhi del consumatore nella creazione di una redditizia immagine aziendale e maggiori contributi PAC. Anche il sovescio presenta, però, delle grosse limitazioni nelle tempistiche di effettuazione ed ha bisogno di una piccola dose di fortuna nelle condizioni atmosferiche (lunghi periodi di pioggia possono cancellare il tempo necessario all’effettuazione delle lavorazioni utili). Viene richiesta, inoltre, un’ampia conoscenze delle caratteristiche degli erbai per poter effettuare la scelta migliore, strettamente legata alle necessità particolari di ogni azienda e dunque di difficile generalizzazione, ma i risultati agronomici ed economici ottenibili ne giustificano l’impegno. Affinare ed inserire sempre di più questa tecnica nel ciclo produttivo del riso sembra essere dunque una saggia decisione, sicuramente in linea con le richieste di consumatori, industria e istituzioni (i nostri finanziatori) e nell’ottica di un’agricoltura più sostenibile, come ci conferma Barozzi.

Dottor Barozzi, quali specie, usate come sovescio, si adattano meglio alle tempistiche e alle necessità nutritive della coltivazione del riso?

La scelta della specie o delle consociazioni di specie è certamente condizionata dalle tempistiche, che per effettuare una buona coltura da sovescio in risicoltura impongono di  seminare entro fine ottobre (ma le semine precoci danno in genere risultati migliori) e di “terminare” la coltura ad inizio primavera, in funzione delle diverse finalità del sovescio (che si può praticare sia in aziende ad indirizzo “convenzionale” o “tecnologico” che nelle aziende veramente “biologiche”) e delle esigenze aziendali.

Sapendo che la scelta finale dipende dalle condizioni particolari in cui ogni terreno si trova, si possono dare delle linee guida per riuscire a scegliere la più adatta alle proprie esigenze tra quelle utilizzabili? 

Se la finalità della pratica del sovescio è quella di migliorare il profilo nutrizionale della coltura del riso (per ridurre gli apporti di N di sintesi o per incrementare la sostanza organica) conviene puntare sulle leguminose. Tra esse la specie più “rustica” ed adattabile alle difficili condizioni di risaia sembra Vicia villosa (veccia vellutata), che sopporta abbastanza bene anche moderati ristagni idrici, pur con qualche differenza di comportamento -peraltro non sempre univoca- tra le diverse varietà disponibili sul mercato. Sconsigliabile Vicia sativa, che difficilmente sopporta condizioni di eccesso idrico e di freddo, mentre Vicia pannonica potrebbe collocarsi su posizioni intermedie, ma la cui semente non è sempre di facile reperimento. Anche Trifolium incarnatum (trifoglio incarnato) può dare buoni esiti specie su terreni leggeri: è meno rustico della veccia villosa, più difficile da seminare a spaglio (per ridotte dimensioni e peso del seme), ma ha il vantaggio di semplificare la “terminazione” perchè in genere non richiede la trinciatura della massa vegetale, che è spesso necessaria invece al momento di interrare un sovescio di veccia ben riuscito. Se la finalità è quella di sfruttare possibili effetti allelopatici della specie da sovescio si debbono utilizzare brassicacee (come rafano o Brassica juncea) che però in Lombardia non sono ammesse dal bando PSR. L’uso delle brassicacee è al centro delle sperimentazioni per il contrasto ai nematodi terricoli del riso come Meloidogyne graminicola, che sono fonte di forte preoccupazione. E’ possibile anche consociare leguminose con graminacee (frumento, avena, orzo, triticale, loiessa, ecc.) in modo da avere una biomassa più complessa (per il maggior contenuto di polisaccaridi dei fusti delle graminaceee). Un discorso a parte va fatto per le specie da “pacciamatura verde” utilizzate in alcune tecniche di produzione finalizzate al “vero bio”. Qui sembra che i risultati migliori si abbiano con semine fitte con prevalenza o esclusiva presenza di graminacee, in primo luogo Lolium multiflorum. Il limite ambientale sembra rappresentato dalle notevoli emissioni che derivano dalla fermentazione della biomassa (testimoniate dall’incremento di temperatura che si registra in questi casi) e dal fatto che le graminacee sono specie “fameliche” che non apportano nutrienti al terreno, per cui nel lungo periodo si potrebbero avere squilibri del C/N, perdite di sostanza organica o di elementi nutritivi del suolo.

Quali scelte dovrebbero fare sempre i risicoltori? 

Le scelte  vanno valutate in modo flessibile, in funzione delle specifiche esigenze e caratteristiche di ogni azienda. L’unica scelta sempre criticabile è quella di seminare sovescio “al risparmio”, al solo fine di ottenere i contributi accessori previsti da alcune misure PSR. Autore: Ezio Bosso

 

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