NON E’ UNA RISAIA PER PICCOLI

FacebookLinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailAlle condizioni attuali di costi e prezzi, solo un’azienda risicola da 300 ettari ha qualche chance di raggiungere l’equilibrio e solo per le varietà molto produttive (tondi e lunghi B)....

Alle condizioni attuali di costi e prezzi, solo un’azienda risicola da 300 ettari ha qualche chance di raggiungere l’equilibrio e solo per le varietà molto produttive (tondi e lunghi B). E’ la conclusione choc cui giunge la ricerca dell’Associazione Laureati in scienze agrarie di Vercelli e Biella sul bilancio economico dell’azienda risicola, pubblicato dalla Camera di Commercio vercellese che stamane lo ha presentato alla stampa. Il documento completo sarà disponibile domani su Risoitaliano nell’area Pubblicazioni. Il rapporto annuale scatta una fotografia della gestione dell’azienda risicola e quest’anno l’analisi è particolarmente complessa, a causa della situazione anomala dei prezzi e delle incognite legate all’applicazione della riforma della Pac. Lo studio conferma che il contributo pubblico ha ancora un ruolo decisivo in questo settore. Una delle voci che stanno appesantendo maggiormente questo settore – e non solo questo – sono i canoni di affitto, che nel caso del riso sono condizionati dal boom del biogas e dall’aumento della tassazione sugli immobili. Gli esperti parlano a tal proposito di “situazioni iugulatorie”. In generale, si registra un incremento per tutte le altre voci ma è specialmente il decremento dei prezzi a modificare il quadro. La diminuzione del prezzo di vendita del risone accentua il divario economico tra l’azienda di 50 ettari e quelle di dimensioni maggiori: nella primavera 2013, nessuna azienda e nessuna tipologia di risone otteneva prezzi  remunerativi secondo il rapporto e solo l’azienda di 300 ettari, coltivando esclusivamente varietà di tipo tondo e lungo B, sarebbe stata in grado di raggiungere il pareggio finanziario mediante produzioni prossime ad 8 t/ha. “Se il mercato, pur nella conservazione degli attuali livelli di dazio e di aiuto UE, manterrà a lungo gli attuali livelli di prezzo, molte aziende, specie quelle situate nelle zone meno vocate abbandoneranno il riso a favore del mais specialmente se sarà confermata la consistente risalita delle sue quotazioni. Permanendo l’attuale situazione di mercato potranno, forse, sopravvivere i coltivatori part – time che abbiano integrazioni di reddito provenienti da altri settori, oppure quelle aziende che riescano ad occupare, con successo ed in modo duraturo, nicchie di mercato le quali, per definizione, rimangono tali solo se sostenute da una offerta limitata. Per l’azienda di dimensioni intermedie (100 ha), il recupero di redditività sarà ottenibile solo mediante l’incremento delle superfici con l’assorbimento delle piccole aziende che abbandoneranno la coltivazione” si legge nel documento conclusivo, che prevede pesanti ripercussioni sull’indotto. Per “salvare” il riso italiano, spiegano gli esperti, nell’ipotesi che l’Ue eroghi almeno un contributo di 600 euro ad ettaro, il prezzo del risone dovrebbe salire almeno di 15 centesimi al chilo. Scenario forse troppo ottimistico, sia sul fronte del mercato che su quello del contributo europeo. (19.02.14)

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Risicoltura
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