I BIOVERI COLTIVANO COSÌ

Al convegno di Milano sono state presentate le tecniche per la vera risicoltura biologica

Il convegno di Risobiosystems a Milano ha permesso di conoscere come lavorano i “bioveri”, che sono stati chiamati sul palco a illustrare le loro tecniche, inserite nel progetto secondo il modello della ricerca partecipata. Stefano Tiraboschi, dell’azienda agricola di Rovasenda Biandrate Maria ha presentato i propri metodi di coltivazione del riso biologico, dicendo che «le buone pratiche agronomiche nel biologico sono  la rotazione colturale, l’apporto di sostanza organica con sovesci e matrici organiche, evitare di lavorare il terreno in periodi non opportuni, per evitare il rischio erosione e lisciviazione del suolo, e la falsa semina» Poi ha presentato i 3 modelli  agronomici utilizzati.

La strigliatura

MODELLO “STRIGLIATURA”: questa tecnica si basa sulle tradizionali “false semine”, l’uso dell’erpice si combina però in agricoltura biologica con l’impiego di un altro macchinario, lo strigliatore, ovvero un erpice estremamente leggero  composto da denti elastici che lavorano sui primi 4-5 cm di terreno estirpando le avventizie emerse. Solitamente, dopo le due erpicature, si effettua una o due strigliatura in pre-semina e fino a quattro in post-semina.

L’acqua

MODELLO “ACQUA”: questa tecnica prevede, prima della semina del riso, due-tre passaggi con mezzi meccanici da lavorazione minima in risaia sommersa come strategia di controllo delle infestanti. Le lavorazioni sono superficiali, interessano i primi 15 cm di suolo, e sono condotte con una varietà di macchinari, alcuni derivanti da modifiche agli attrezzi effettuate dagli agricoltori stessi (es. spianone modificato) o dal recupero di antiche macchine (es. erpice vasino), o dalla progettazione ex-novo (es. rotolama). Tra i due passaggi, il livello dell’acqua viene riabbassato e rialzato. Questo metodo comporta la destrutturazione dello strato superficiale di suolo con la formazione del così detto “pudding”, creando condizioni sfavorevoli all’emergenza delle infestanti e il rallentamento della germinazione dei semi a causa delle condizioni anaerobiche e dell’ostacolo fisico rappresentato dal pudding. Il range di resa solitamente è molto variabile, poiché a fronte di un costo di gestione contenuto, questa strategia opera un contenimento efficacie delle infestanti nei primi mesi, ma può essere associata ad un ritorno massivo di avventizie a metà del ciclo colturale.

Le cover crop

MODELLO “COVER CROP”: questa tecnica si basa sulla predisposizione di una coltura di copertura in successione prima del riso che viene seminata a spaglio o a righe a fine agosto, solitamente consistente in un miscuglio di loiessa (Lolium multiflorum) e leguminose (veccia e trifoglio) o nella semina di loiessa in purezza. La biomassa che se ne sviluppa viene trinciata o allettata a metà maggio, subito dopo la semina del riso. Quest’ultima avviene a spaglio o a file interrate, dopodiché si esegue immediatamente la prima sommersione, che dura circa 5-7 giorni, in base alle temperature che regolano l’intensità dei fenomeni fermentativi a carico della biomassa di cover crop, che sviluppano allelopatie. Dopo la prima sommersione, segue un’asciutta prolungata di circa due settimane, per poi sommergere nuovamente la risaia.

Il fattore rischio

Rosalia Caimo Duc, della società agricola Terre di Lomellina, ha  parlato delle esternalità positive che fornisce questo tipo di risicoltura: «La produzione di riso biologico nei nostri territori è basata su attività sperimentali e tecniche innovative, che devono essere adattati ad un sistema industrializzato come il nostro. Abbiamo sperimentato le tre tecniche descritte precedentemente, che riteniamo: produttive, economicamente sostenibili e a basso impatto sull’ambiente. La loro diffusione è cosi limitata, ad oggi, a mio parere perché producono rese variabili, molto suscettibili a piccoli cambiamenti, ed hanno un’efficacia sito-specifica (una tecnica valida per un’azienda può non esserlo per un’altra), richiedendo, quindi, all’operatore un’attitudine ad accettare il rischio, propensione a sperimentare e coerenza ai principi del biologico; tutti elementi non comuni. Tutto ciò nonostante vi sono esternalità positive: la risicoltura biologica riduce le contaminazioni da diserbanti, pesticidi e nitrati lisciviati in falda; si effettuano lavorazioni ridotte con la falsa semina in acqua e la pacciamatura verde o si usano mezzi leggeri come lo strigliatore; inoltre non facendo uso di diserbanti, la risaia biologica ripristina nel tempo la biodiversità della flora, come dimostrano i ritrovamenti di  Marsilea quadrifolia e Lindernia procumbens. Per poter migliorare le nostre sinergie e la divulgazione delle tecniche noi risicoltori del progetto stiamo costituendo una rete di impresa, con l’obbiettivo di tutelare sempre di più il nostro impegno». Graziano Rossi, professore dell’ Università di Pavia, ha successivamente aperto un focus su una delle piante citate, la Marsilea, che potrebbe diventare indicatore di una risaia davvero biologica in quanto «abbiamo provato sperimentalmente che questa pianta è coltivabile in risaia solo in assenza di trattamenti diserbanti, che la eliminano fin dal primo passaggio. Per questo motivo si può dire che essa può diventare un indicatore biologico dell’assenza di diserbanti, rassicurando il consumatore sulla provenienza biologica del riso».

La filiera non tutela il biovero

Nel pomeriggio è stata proposta una tavola rotonda con diversi personaggi provenienti da mondi diversi che si confrontano su vari temi. Paolo Maria Mosca (foto grande), agricoltore e agronomo, fa parte del progetto Risobiosystem ed è intervenuto difendendo il proprio lavoro e quello di tutti i veri risicoltori biologici: «La filiera non tutela con i prezzi il lavoro degli agricoltori biologici, e ciò crea malcontento e scarsa applicazione. Detto ciò voglio lodare il meccanismo che stiamo attuando di ricerca partecipata, che permette a noi risicoltori di essere parte del progresso scientifico, in contrapposizione ad un gruppo di ricercatori e scienziati che raccolgono le firme per infangare ingiustamente la nostra tecnica di coltivazione, secondo me per tutelare i redditi di qualcuno. Noi agricoltori biologici veri chiediamo aiuto per evitare la svalutazione di questo marchio per cui lavoriamo e ci impegniamo ogni giorno; per farlo bisogna partire dalla lotta ai falsi biologici che distruggono la nostra credibilità, svalutano il nostro prodotto e facendo nascere questi dubbi. Le tecniche che abbiamo sviluppato sono futuribili e grazie alla condivisione siamo giunti al perfezionamento dei macchinari e dello svolgimento delle operazioni nelle condizioni adeguate; spero che chi, come noi, voglia produrre in un certo modo, tutelando l’ambiente, smetta di dover combattere contro chi afferma che la tecnica è inesistente e contro chi produce falso biologico». Autore: Ezio Bosso

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