CARRA’: ORA RIORGANIZZARE IL MERCATO

INTERVISTA ESCLUSIVA: il presidente dell'Ente Nazionale Risi spiega cosa avverrà dopo il 4 dicembre
Non lo ammetterà mai, ma in qualche momento non ci ha creduto neppure lui. Perché la guerra contro la Cambogia ha rischiato veramente di essere il nostro Vietnam. Il Presidente dell’Ente Nazionale Risi Paolo Carrà è stato il primo a dare la notizia della chiusura positiva dell’investigazione sulla clausola di salvaguardia perché, per quanto ci abbiano lavorato in tanti, la “requisitoria” che ha inchiodato la Commissione europea alle sue responsabilità, dimostrando il danno provocato dalle concessioni, l’hanno scritta i tecnici dell’Ente Risi. E l’orgoglio vercellese, quando la Commissione si è arresa, è saltato fuori. Anche venerdì pomeriggio, quando ha incontrato il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani a Vercelli, nell’ambito di un convegno promosso dal Presidente della Provincia di Vercelli e dall’europarlamentare Alberto Cirio, Carrà ha sottolineato che il percorso è stato irto di ostacoli, ha ricordato che a lungo la Commissione europea «era incerta», ha sottolineato l’importanza della conclusione positiva dell’inchiesta e ha ribadito l’importanza che le istituzioni si muovano con coerenza, d’intesa con il Governo italiano, per arrivare in dicembre al voto dei Paesi Membri con cui l’Europa applicherà la clausola di salvaguardia alle importazioni di riso a dazio zero dai PMA. «Si tratta – ha però aggiunto Carrà – di una misura non risolutiva per la crisi del riso ma sicuramente molto importante ed alla quale l’Ente Nazionale Risi ha lavorato intensamente in questi anni. Il compito dell’Ente è stato quello di coordinare la filiera italiana ed europea fornendo il necessario supporto tecnico e giuridico.  Un analogo supporto è stato fornito al Governo italiano; ancora recentemente Mipaaft e Mise sono stati invitati dal Presidente Carrà a lavorare in piena sinergia per assicurare il voto dei 28 paesi all’adozione della clausola». Insomma, l’Ente Risi rivendica un ruolo da regista e si prepara alla stretta finale.

Abbiamo vinto?

Eh no, non cominciamo così, altrimenti mi fate fare gli scongiuri… Questa guerra dura dal 2012, quando un regolamento europeo concesse l’esenzione daziaria alle importazioni dalla Cambogia e dal Myanmar. In seguito a quella decisione, nella campagna 2015/2016 l’Europa raggiunse il record di import (1,364 milioni di tonnellate di riso base lavorato). Ben 319.700 provenivano dalla Cambogia ed erano entrate senza pagare dazio. Il Paese asiatico diventava il primo fornitore di riso dell’Ue: da allora, la sua quota di mercato per il riso Indica è passata dal 6% al 16%. Parallelamente, le importazioni di riso lavorato dal Myanmar sono passate da 250 tonnellate nella campagna 2009/2010 a 72.000 tonnellate nella campagna 2016/2017… 

Quindi, abbiamo vinto?

Non ancora. Prima di tutto deve avvenire il voto dei 28 Paesi membri, che si troveranno a decidere sulle conclusioni di un’inchiesta che dimostra come il danno al riso europeo ci sia stato e sia stato prolungato. Un’inchiesta cui hanno dato un contributo importante le riserie e le aziende risicole italiane che hanno aperto i loro bilanci agli ispettori, per dimostrare – carta canta  – le nostre ragioni. Come disse Churchill “mai così tanti dovettero così tanto a così pochi”. Salvo imprevisti, mi aspetto che si adotti la clausola di salvaguardia, ma aspettiamo il voto e presentiamoci uniti e compatti, lo dico soprattutto a Mipaaft e Mise che hanno lavorato tanto per questo risultato. E’ l’ultimo chilometro.

Ricordiamo cosa c’è in ballo…

I prezzi del riso Indica importato dalla Cambogia (€488,58 per tonnellata nella campagna 2016/17) si collocano al di sotto del prezzo (-30%) del prodotto comunitario. Il prezzo del riso cambogiano è addirittura inferiore al costo di produzione del riso lavorato che si ottiene dal risone comunitario (€520,45 per tonnellata nella campagna 2016/17). Solo recentemente, dopo numerose denunce dell’Ente Risi, la Commissione europea ha dovuto prendere atto che i costi sono così bassi perché in Cambogia il costo del lavoro è mantenuto artificialmente basso con la sistematica violazione dei diritti umani mentre nel Myanmar si ottiene lo stesso risultato anche attraverso lo sfruttamento di intere popolazioni. La maggiore competitività del riso lavorato cambogiano è aggravata dall’aumento delle importazioni di prodotto già confezionato all’origine. Nell’anno solare 2016, nell’ambito delle confezioni tra 5 e 20 kg la Cambogia è stato il primo fornitore di riso lavorato già confezionato con il 36% del totale.

Sul piano agricolo cos’ha comportato questa situazione?

Il boom delle importazioni dalla Cambogia a dazio zero ha comportato perdite per il riso Indica di produzione comunitaria, che dalla campagna 2009/2010 alla campagna 2016/2017 ha subito un calo del 40% sia in termini di superficie sia in termini di produzione. In termini commerciali, l’indica europeo ha perso il 18% del suo mercato.  La riduzione della superficie di riso Indica ha determinato un aumento della superficie investita a Japonica, provocando un’eccedenza di offerta con la creazione di rilevanti stock di fine campagna e la conseguente riduzione dei prezzi del risone (mediamente del 30% ma con punte del 60%).

La risposta italiana non è stata sempre lineare…

La nostra lo è stata. Se si riferisce al presunto “balletto” dei dossier governativi è naturale che ci siano mosse e contromosse in una partita così complessa. Che poi i giornali ci ricamino sopra ci sta, ma quello che conta è il risultato. L’Ente Risi ha promosso un’intensa attività di lobby in difesa del riso italiano che ha avuto successo, grazie alla compattezza della filiera: nel febbraio del 2017 abbiamo convocato a Milano il primo forum europeo del riso che, partendo dalla grave situazione del mercato comunitario del riso, ha rivendicato la clausola e la stessa richiesta è venuta dal forum dell’anno successivo, a Bruxelles, che è servito a sensibilizzare i nostri rappresentanti europei e governativi. Infine, abbiamo finanziato la costituzione di un pool di legali che ha assistito le istituzioni italiane nella richiesta della clausola. Credo che sia stato decisivo, perché i funzionari europei si sono trovati di fronte una compagine italiana determinata e preparata, in grado di fornire dati e situazione in un ottimo lavoro di filiera. Quando si hanno i numeri si vince.

La clausola risolve la crisi?

No. Altre sfide ci attendono. Le concessioni al Vietnam, per dirne una. Soprattutto, rilevo che la Commissione ha messo in evidenza la disorganizzazione del mercato italiano. Dobbiamo far fruttare questo punto a nostro favore e cambiare quel che non va. La clausola scatta con un obiettivo dichiarato: rifornire di indica l’Europa. Se non ci organizziamo e dovessimo essere incapaci di farlo e se dovessero nascere manovre speculative o monopolistiche, la Commissione revocherebbe quanto concesso.

Quanto può farci male l’accordo con il Vietnam?

Le concessioni dell’Europa contemplano esenzioni dal dazio per 30.000 tonnellate di lavorato normale, 30.000 di lavorato aromatico jasmine e 20.000 di semigreggio. Non lo sottovaluterei.

Cosa può fare l’Ente Risi per una riorganizzazione del mercato risicolo?

Non abbiamo un ruolo di mercato, ma possiamo offrire alle parti la nostra competenza tecnica. Possiamo, e non mi stancherò mai di farlo, invocare il superamento di individualismi e preconcetti, della stessa mentalità di un mercato disordinatamente speculativo e creare un mercato più ordinato e non improvvisato come è adesso. Se ciò non dovesse avvenire, in un mercato sempre più libero e concorrenziale la parte agricola si indebolirebbe ulteriormente e la superficie investita a riso si contrarrebbe ritornando alle superfici di venti anni fa.
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