BIO, REALTA’ O IDEOLOGIA?

FacebookGoogle+LinkedinTwitterWhatsAppPrintEmailL’urbanizzazione e l’industrializzazione iniziate in alcune nazioni, tra le quali l’Italia, nella seconda metà del secolo scorso, ed attualmente in atto nel resto del mondo, hanno posto pesanti problemi...

sarassoL’urbanizzazione e l’industrializzazione iniziate in alcune nazioni, tra le quali l’Italia, nella seconda metà del secolo scorso, ed attualmente in atto nel resto del mondo, hanno posto pesanti problemi di inquinamento. Alla drastica riduzione  della popolazione impegnata in agricoltura ed alla cresciuta domanda di prodotti alimentari, si è sopperito mediante la meccanizzazione e l’uso massiccio di prodotti chimici, utilizzati sulle colture per la fertilizzazione e per la difesa da infestanti e parassiti. La ricerca genetica ha perseguito l’incremento delle produzioni, selezionando piante in grado di utilizzare al meglio abbondanti fertilizzazioni minerali. Dato che  la ricerca di sicurezza da parte dell’uomo è innata, discende dall’istinto di conservazione, l’attenzione ai rischi per la salute dovuti all’inquinamento è andata crescendo nella popolazione, e si è trasmessa alle autorità politiche, le quali hanno posto limiti ambientali sempre più stringenti. L’industria ha reagito, ove è stato economicamente possibile, con lo smaltimento controllato degli scarichi inquinanti, sul quale si sono purtroppo inseriti i noti fenomeni malavitosi (es. terra dei fuochi). In altri casi, come nella chimica e nella siderurgia,  gli stabilimenti sono stati trasferiti in Paesi dove le regolamentazioni sono meno rigide, approfittando della libera circolazione delle merci, in qualunque modo vengano prodotte. Si è così delocalizzato  l’inquinamento, insieme ai  posti di lavoro.

In Europa si sono imposte norme sempre più stringenti sull’utilizzo dei fitofarmaci, demonizzati come la causa di tutti i mali: l’agricoltura non può delocalizzarsi, ma  non è più in grado di competere senza dazi adeguati con gli alimenti  d’importazione,  prodotti senza rispettare le regole che noi ci siamo dati. A fine 1990 erano disponibili per l’agricoltura  oltre 1.200  principi attivi. Oggi ne sono rimasti poco più di 300: dei 900 cancellati, alcuni creavano effettivamente  problemi alla salute od erano eccessivamente persistenti nell’ambiente;  molti altri, che erano comunque efficaci e non causavano problemi ambientali, sono stati ritirati volontariamente dalle ditte produttrici,  a causa dell’alto costo degli studi necessari a dimostrarne l’innocuità e ad ottenerne l’autorizzazione all’impiego. Evidentemente, il profitto che se ne poteva ricavare non avrebbe coperto i costi di autorizzazione. In compenso, si acquistano e si consumano in grandi quantità prodotti alimentari provenienti dai paesi extracomunitari, per i quali si accetta che vengano coltivati con fitofarmaci qui vietati, molti dei quali a brevetto scaduto e quindi molto competitivi nei prezzi, per non parlare di mais e soia geneticamente modificati, dei quali si accetta il consumo ma non la coltivazione. In proposito, si susseguono gli appelli di noti scienziati che attestano la non pericolosità degli Ogm, il più recente dei quali apparso venerdì 4 luglio 2014 a pag. 26 della Stampa di Torino. Questa innocuità è documentata, oltre che dai miliardi di persone, noi compresi, che ne consumano da quindici anni senza problemi,  da ben 1783 studi scientifici accreditati e pubblicati.

https://www.dropbox.com/s/d4wc8a4jp041h6b/Ge-crops-safety-pub-list-1.xls

L’avversione all’utilizzo di prodotti chimici discende dall’idea che sia comunque possibile ottenere una produzione alimentare  in quantità sufficiente e di salubrità eccellente, senza utilizzare fitofarmaci, o mediante  l’impiego di sostanze “naturali”. Si è affermata una ideologia dominante, diciamo nostalgica, legata ai “bei tempi andati”, che asserisce senza ombra di dubbio che  “Biologico” è buono e sano e che i “pesticidi” sarebbero frutto della protervia delle industrie chimiche. Una abile campagna di marketing, che ha permesso ad alcuni personaggi di costruirsi grandi fortune finanziarie e di immagine, ha demonizzato l’agricoltura  evolutasi nella seconda metà del  ‘900,  ormai etichettata come “convenzionale”, accentuandone la percezione degli aspetti negativi, e contrapponendole l’agricoltura “di una volta”, quella del nonno che porta ai nipotini una cesta di prodotti del suo orto. Una immagine cara a molti, dato che la maggioranza degli italiani ha un nonno od un avo  che si dedicava all’agricoltura. Questa campagna è stata sposata anche da una organizzazione che rappresenta le aziende agricole italiane di piccola dimensione, che  ha visto un modo di recuperare una qualche competitività economica nei confronti della concorrenza meglio strutturata.

E’ proprio vero che eliminando tutta la chimica (fertilizzanti e fitofarmaci), e la più recente scoperta della genetica, gli Ogm,  si ottengano alimenti più sani? Questa è una semplificazione molto suggestiva, facile da memorizzare, ma sprovvista di fondamento. Quando i fautori dell’agricoltura “di una volta” si trovano a corto di argomenti, invocano il principio di precauzione, diventato molto popolare. Se questo principio fosse applicato pedissequamente  in ogni evento della vita, non si farebbe più nulla, dato che nessuna attività  è assolutamente priva di rischi: basta pensare ai trasferimenti in auto. Ognuno di noi  prima di agire fa più o meno consciamente un bilancio tra i vantaggi che pensa di ottenere ed i rischi che pensa di correre, e poi si regola di conseguenza, scegliendo quello che ritiene il male minore. L’acquisto di prodotti “biologici” , almeno per chi ne ha le capacità finanziarie, è molto rassicurante e  solleva  dalla fatica  intellettuale di informarsi sui rischi che si corrono consumando il cibo. Ma è vero che il “biologico” è perfettamente salubre? Sorvolando sulla possibilità non certo remota che i soliti furbi e furbastri ci rifilino  cibo prodotto utilizzando prodotti chimici    spacciandolo per “biologico”,  esistono comunque  importanti rischi perfettamente “naturali” da non sottovalutare.

Le piante, per tentare di difendersi  dai parassiti,  producono molte sostanze, che rappresentano le loro strategie “naturali” di  difesa. Alcune sostanze sono prodotte  come risposta all’attacco di patogeni o erbivori (fitoalessine). Altre sono pro-tossine innocue attivate da un enzima innescato a seguito di un attacco parassitario. Altre ancora sono  prodotti di difesa costitutivi  (es. tannini) che rendono la pianta indesiderabile per i parassiti, ed anche per gli animali che se ne vogliono cibare. Tutte queste sostanze hanno proprietà a volte benefiche per l’uomo (es. resveratrolo, flavonoidi), altre volte venefiche (es. cumarine, curaro, nicotina, cannabinolo, ecc.). Per un panorama completo di queste sostanze, è consultabile on line una pubblicazione dell’Università di Ferrara al sito http://www.unife.it/scienze/tecnologie/insegnamenti/fitochimica/files-allegati/metaboliti_secondarinellepiante.pdf

Un vegetale attaccato dai parassiti che produce fitoalessine  è più salubre di un vegetale protetto da un fitofarmaco, quindi con bassi livelli di fitoalessine e qualche minimo residuo di prodotti chimici? A questa domanda non esiste una risposta univoca, bisogna valutare caso per caso, in funzione della tipologia di fitoalessine prodotte e della loro concentrazione. Alcuni funghi  parassiti delle piante  producono  scarti metabolici molto tossici. In particolare le aflatossine (fumonisina, ocratossina A, ecc.) sono attualmente al centro dell’attenzione delle autorità sanitarie  per la loro cancerogenicità, e per la genotossicità, anche se ingerite in quantità minime.  Per maggiori informazioni, sono consultabili i siti del Ministero della Salute e dell’EFSA, organismo europeo per la sicurezza alimentare:

http://www.iss.it/binary/efsa/cont/Aflatossine_Brera.pdf

http://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/aflatoxins.htm

Anche in questo caso, dunque, non esiste “buono” contro “cattivo”, ma occorre valutare caso per caso se sia meglio di accontentarsi di bassi livelli di aflatossine con una modesta contaminazione da fitofarmaci, oppure preferire le “biologiche” aflatossine. Sull’Informatore Agrario del 26 giugno/2 luglio 2014, a pagina 7, sotto il titolo : “Aflatossine dal mais al latte: i nodi vengono al pettine” si riporta il sequestro di 2.400 forme di parmigiano reggiano e di 388.000 litri di latte a causa di un contenuto fuori norma di aflatossine, derivanti dall’alimentazione delle bovine con mais parassitato da funghi del genere Fusarium. Stranamente, la notizia, seppur grave, non ha trovato risonanza sui media nazionali. Sarebbe forse stata troppo dannosa per i miti in voga.

La presenza di aflatossine  nel latte deriva principalmente da microorganismi fungini che si insediano sulla granella di mais superando le difese costituite dalla brattee, grazie ai forellini prodotti da un insetto parassita, la piralide. Una contaminazione del tutto “naturale”, che può e deve essere contrastata mediante un trattamento chimico, o mediante la coltivazione di una delle nuove varietà OGM, modificate proprio per renderle inattaccabili dalla piralide. Le aflatossine si ritrovano anche nel riso essiccato in modo improprio; ne è frequente il ritrovamento nei risi importati dall’Asia, ove questi sono essiccati sulle aie, in modo “biologico”. In questi, come in moltissimi altri casi, anche dal punto di vista della salubrità, l’agricoltura convenzionale produce alimenti più salubri rispetto all’agricoltura biologica. Il problema della qualità alimentare non può essere risolto quindi mediante facili slogan, derivanti da una ideologia, ma con un approccio pragmatico, mediante continui studi e  controlli a tappeto, ad evitare che sostanze tossiche, di qualsiasi provenienza, possano raggiungere in quantità significative le nostre mense.

Le ideologie hanno sempre causato e continuano a causare disastri all’umanità, per cui le scelte non devono essere mai riferite ad una ideologia, ma alla  Scienza, scritta con la S maiuscola per riferirsi a quella praticata da persone oneste e responsabili. Questa è conoscenza in continua evoluzione, e può trovare sempre nuove cause di danno all’uomo, od anche modificare le valutazioni di pericolosità delle sostanze in funzione di nuove scoperte. Bisogna essere ben consci che quello scientifico è un percorso ben lungi dall’essere concluso, che a volte può presentare sgradite sorprese, ma che da Galileo in poi ha consentito enormi progressi all’umanità. Il metodo scientifico esige che per la convalida dei risultati ogni esperimento sia ripetibile nel tempo e nello spazio da altri ricercatori, che ne ripetano rigorosamente il metodo ed i controlli, per questo richiede i suoi tempi ed è complesso.  Le semplificazioni portano ad  affidarsi a  personaggi come  Vannoni, le cui ideologie riescono a trovare un seguito, lucrando sulla disperazione o sulle paure  delle persone.

Nella nostra vita esistono ben poche certezze: una di queste è  l’indisponibilità assoluta di cibi (ed acque) “incontaminati”. Bisogna purtroppo accontentarsi di alimenti  “contaminati” da sostanze indesiderate, di qualsiasi origine, a patto che siano in concentrazioni  inferiori alla  soglia di danno. Vi sono moltissime sostanze, mai messe sul banco degli accusati, che inquinano cibi e bevande: ad esempio la pletora di prodotti chimici per la pulizia dei vestiti, delle stoviglie  e delle case, oltre agli inquinanti derivanti dall’industria e dall’uso dell’automobile. La legge prevede per i fitofarmaci un residuo massimo nelle acque potabili  di 0,1 μg/kg per prodotto singolo, e di 0,5 μg/kg per più principi attivi. Per il benzene, componente della benzina verde, il limite è di 1 μg/kg, quindi 10 volte superiore  a quello per un singolo fitofarmaco. I fitofarmaci potenzialmente cancerogeni sono stati ritirati dal commercio; il benzene sarà 10 volte meno pericoloso? Per avere una risposta, basta consultare le avvertenze presenti nei (piccoli) cartelli apposti sui distributori di benzina: se ci fate caso, non viene mai invocato il “principio di precauzione”. Dobbiamo  comunque accontentarci di dover subire una seppur minima contaminazione  (1 μg/kg sono 1 parte per miliardo), in cambio della libertà di spostamento che ci offre l’automobile, non potendo comunque ovviare in altro modo all’inquinamento diffuso da essa provocato. L’approccio  ideologico, di volere la “purezza” a tutti costi, ci riporterebbe pertanto a stili di vita arcaici, addirittura anteriori all’utilizzo del fuoco, visto che la combustione della legna in stufe e camini produce grandi quantità di diossina. Ma a questo punto dobbiamo porci necessariamente un nuovo interrogativo, e cioè se il famoso “bio” sia veramente in grado di sfamare il mondo. Autore: Giuseppe Sarasso (foto piccola) (01.09.14) LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO SARA’ ONLINE DOMANI.

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