NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI ETICHETTA

Giuseppe Sarasso analizza le conseguenze delle decisioni annunciate dal tavolo di concertazione del governo

Finalmente una buona notizia: tutte le rappresentanze agricole si sono per una volta accordate sulla richiesta dell’obbligo di etichettatura d’origine del riso. Hanno anche dimostrato che, effettuando richieste univoche, si possono ottenere risposte positive dal Governo di Roma. Speriamo che Bruxelles non ci metta i bastoni tra le ruote: le lobbies commerciali sono molto forti in quei paraggi. Dato ottimisticamente per scontato che il provvedimento venga sdoganato dall’UE e che i due milioni di euro promessi per la promozione del riso italiano vengano effettivamente erogati, occorrerà spenderli bene, fornendo ai consumatori europei argomentazioni serie e dimostrabili che li convincano a preferire il nostro prodotto, pagando il giusto prezzo.

Proviamo ad elencarne qualcuna:

  • Siamo tra le poche nazioni che tengono separate le varietà di riso, mentre la maggior parte del mondo differenzia le qualità in medio-tondo-lungo: vuol dire che nel nostro riso lavorato c’è una maggiore uniformità di caratteristiche. O forse dobbiamo scrivere che ci dovrebbe essere, a guardare certi pacchetti che si trovano sugli scaffali della grande distribuzione. Qualche controllo in più, e multe più “salate” non guasterebbero. Per essere decantata, la qualità ci deve essere.
  • Il nostro riso viene coltivato utilizzando fitofarmaci a bassissima tossicità per l’uomo e per l’ambiente, e a dosi ridottissime, per cui contiene livelli di inquinanti nulli od estremamente prudenziali. Le acque che usiamo per l’irrigazione sono continuamente controllate da ARPA ed ISPRA, affinché il riso non assorba inquinanti di origine industriale o domestica in quantità potenzialmente pericolose per la salute. Possiamo riscontrare le stesse attenzioni nei Paesi asiatici nostri concorrenti? Sicuramente, oltre ad erbicidi di vecchia generazione proibiti da noi, vi sono utilizzati, a causa del clima, importanti dosi di insetticidi e fungicidi, spesso dopo l’emissione della pannocchia, in grado di lasciare residui nella granella. E’ inoltre noto che negli scorsi anni le industrie più inquinanti (chimica, tessile, concerie, tintorie) hanno abbandonato in massa l’Europa, alla ricerca di leggi meno severe riguardo all’inquinamento ed alla protezione della salute dei lavoratori: condizioni che hanno trovato, insieme ai bassi salari, proprio nei Paesi del Sud-Est Asiatico: Cambogia, Myanmar, Thailandia, Vietnam…   Lodevolmente, Ente Nazionale Risi ha fornito al Ministero gli elenchi dei fitofarmaci vietati in Italia, ma ammessi ed utilizzati in Asia, in modo da tarare i protocolli di analisi alla frontiera affinché sia possibile identificarli. Rimane scoperto il vasto campionario degli inquinanti industriali delle acque di irrigazione, un mondo tutto da scoprire. Come è noto, un protocollo di analisi viene tarato in base alle sostanze cercate, ed è in grado di ritrovare solo quelle. Infine, le tecniche di essiccazione e conservazione del risone in quelle aree sono ancora in molti casi arretrate, con fermentazioni che producono abbondante granella danneggiata da calore (“gialla”). Per ottenere la pari sanità del prodotto importato dall’estero, occorrerebbe almeno eliminare la deroga ammessa sul Basmati, che viene legalmente commercializzato con un limite di granelli danneggiati dal calore dieci volte maggiore di quello ammesso da noi. Una nota riseria da mesi pubblicizza il Basmati col proprio marchio italiano; la maggior parte dei consumatori è convinta che si tratti di riso coltivato in Italia. Perché invece non spingere sui risi aromatici italiani? Disponiamo di ottime varietà, mai decollate, che con adeguata promozione potrebbero coprire una bella fetta di mercato.
  • Esiste un ulteriore argomento che potrebbe colpire favorevolmente i consumatori, almeno quelli abbienti che si pongono anche problemi di tipo etico: se in Italia, ed in special modo nelle aree risicole, chi non rispetta i diritti dei lavoratori viene severamente punito, il salario di un lavoratore cambogiano, che non gode di alcun diritto contrattuale né di assicurazioni sociali, equivale a 5 dollari al giorno. Sono anche circolate sul Web immagini e filmati che documentano l’ampio sfruttamento del lavoro minorile. Se gli intenti della globalizzazione avrebbero dovuto essere quelli di esportare il benessere nei Paesi meno avanzati, le statistiche dicono che stiamo importando la povertà nei Paesi (ex) sviluppati, concentrando le ricchezze in pochissime mani, senza alleviare la povertà laddove già esisteva.
  • I risicoltori italiani, infine, non devono esimersi dal fare finalmente la loro parte, applicando i comportamenti che vengono sollecitati da decenni: aggregare l’offerta, programmare le semine, cercare accordi di filiera con le industrie risiere. Avere le mani libere di piazzare le merce speculando sulle oscillazioni di mercato può essere remunerativo in momenti di carenza di prodotto, ed anche fornire adrenalina come se fosse un gioco d’azzardo, ma presenta un pesante rovescio della medaglia, che si sta mostrando quest’anno in tutta la sua crudeltà. Autore: Giuseppe Sarasso
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Risicoltura
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