LA GUERRA DELLE PAGLIE

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L’argomento fa discutere. Bruciare le paglie di riso serve o no? E quest’attività va normata o no? La provincia di Vercelli ha deciso di sì e l’ha fatto. Quella di Novara alza le spalle. E i suoi comuni fanno da sé: il primo ad adottare il regolamento locale per l’abbruciamento delle stoppie è quello di Borgolavezzaro. «E’ stato adattato alla realtà di Borgolavezzaro – ha dichiarato alla Stampa Matteo Traso, consigliere comunale incaricato di seguire il settore agricoltura – il regolamento che la Provincia di Vercelli aveva approvato nel luglio del 2012. E’ stata contattata la Provincia di Novara ma i tecnici ci hanno spiegato che a livello provinciale non è stato ritenuto opportuno creare un insieme di norme da rispettare su tutto il territorio risicolo novarese». Proprio così. Novara fa da sé. E decide di non far nulla. A Borgolavezzaro i roghi delle paglie e degli arbusti di scarto prodotti durante le attività agricole «dovranno essere innescati in determinati orari e soprattutto a distanze predefinite dalle strade percorribili con dai veicoli o dai pedoni per impedire limitazioni della visibilità». L’assessore all’Agricoltura della Provincia Luca Bona ha risposto al giornale che «la non adozione a livello provinciale di un regolamento sull’abbruciamento delle stoppie risponde ad una scelta motivata da considerazioni tecniche e da valutazioni scientifiche». Quali siano l’ha detto l’ex assessore provinciale all’Agricoltura novarese (dimissionario) Marzio Liuni: «L’incenerimento su terreno agricolo delle paglie è un’usanza antica che tuttavia non ha valenza agronomica quindi un regolamento come quello vercellese non serve a niente». Parole forti. Anche perché l’argomento divide da sempre. Un esempio? Nino Chiò, agricoltore novarese, ricorda che se l’abbruciamento delle paglie può essere tacciato di inquinamento atmosferico, “come è stato ripetuto in diversi convegni scientifici, l’interramento delle paglie produce metano, con le ricadute che conosciamo sull’effetto serra…” Ma ecco come l’agronomo vercellese Giuseppe Sarasso riconduce la questione nei confini della scienza e del buon senso: “In natura non esiste mai il bianco e il nero, ma una gradazione continua di sfumature. L’utilità agronomica dell’interramento delle paglie può variare da un massimo nei terreni sciolti, ad un minimo, anche a livello di danno, nei terreni sortumosi ed asfittici. Per cui bisogna innanzi tutto distinguere caso per caso – avverte -. La combustione delle paglie produce inquinamento da fumi che può variare da valori minimi per la paglia intera depositata in andana e lasciata asciugare al sole per il tempo necessario, almeno una settimana,  a valori massimi per paglia trinciata che, appoggiata sul terreno umido, crea grande fumosità. La trinciatura del resto comporta un dispendio energetico (la mietitrebbiatrice necessita di 60-80 hp in più per quest’operazione, hp aggiuntivi che si ripercuotono sui consumi di gasolio) ed è ovviamente inutile se poi la paglia viene bruciata. Ma questa pratica rappresenta una comodità operativa: una volta trinciata, se non piove, la paglia asciuga in un paio di giorni e può essere incendiata; diversamente, essa può essere interrata senza problemi. Se lasciata intera in andana, brucia con poco fumo ma se prende una pioggia e non riesce ad asciugare di nuovo rappresenta un ostacolo per la successiva lavorazione del terreno”. Il buonsenso aiuterebbe ed aiuterebbero previsioni del tempo attendibili a medio termine e l’agronomo è concorde sull’inutilità di questa guerra delle paglie. Anzi, normare un’attività del genere con un regolamento di due paginette lo definisce “un mero esercizio di potere da parte di  burocrati ignari che l’agricoltura  non è pianificabile dall’alto”. Le parole di Sarasso ispirano ricordi orientali: “tutti i fallimenti delle agricolture pianificate, ultimo esempio la Corea del Nord – conferma -, dovrebbero aver insegnato qualcosa, ed invece…” Ed invece anche in Italia si rischia di rincorrere le semplificazioni e incorrere in errori dall’impatto economico devastante: “Con la recente introduzione del reato di incendio rifiuti, punibile con la reclusione fino a 5 anni, istituito sull’onda emotiva della terra dei fuochi, chi incendia le paglie rischia, se il funzionario interpreta la paglia come rifiuto, di essere      portato in galera. Mentre nella terra dei fuochi, ad onta del fatto che la proprietà delle terre adibite a discarica dovrebbe pure essere accatastata a nome di qualcuno, pare che non esistano responsabili del disastro” commenta Sarasso. (Nella foto piccola l’interramento delle paglie in Usa, nella foto grande paglie di riso bruciate nel Novarese) (08.01.14)

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Risicoltura
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